Gb 38,1.9-11; 2Cor 5,14-17; Mc 4,35-41.

Il Vangelo di Marco di questa domenica ci propone l’episodio della tempesta sedata che ha avuto molta risonanza nell’arte, basti citare i quadri di  Rembrandt, Delacroix, De Chirico. È la sera di una giornata di intenso lavoro; Gesù sale su una barca e dice agli apostoli di passare all’altra riva (v.35). Sfinito dalla stanchezza, egli si addormenta a poppa. Intanto si scatena una tempesta che riempie la barca di acqua. Davanti a tanto pericolo gli apostoli svegliano Gesù, gridandogli: “Maestro, non t’importa che noi moriamo?” (v. 38). Destatosi, Gesù ordina al vento e al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e si fece grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?” (v. 40). Il brano termina dicendo: “I discepoli, presi da grande timore, si dicevano l’un l’altro: ‘Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?’” (v. 41). Cerchiamo di cogliere il messaggio che l’evangelista Marco vuole trasmetterci riportando questo episodio.

Il vangelo di oggi inizia con un ordine di Gesù ai discepoli: “Passiamo all’altra riva” (v. 35). Quando Marco scriveva il suo vangelo, si trattava di raggiungere la sponda dei pagani e annunciar loro il Vangelo. La piccola comunità cristiana nella capitale dell’impero era nella tempesta della persecuzione e regnava in essa una grande paura, tale da impedire la missione presso i pagani, cioè “di passare all’altra riva”. È un invito a non temere l’“uscita” missionaria nonostante le prove e persecuzioni: Gesù, il Vivente, anche se dorme, è in mezzo a loro.

Oggi, è l’invito a lasciar le false sicurezze della nostra sponda. I vescovi dell’America Latina direbbero che bisogna “andare oltre una “pastorale di manutenzione” per una “pastorale missionaria”. E papa Francesco direbbe che è l’ora della “Chiesa in uscita”, e fare questo tragitto con Gesù fiduciosi della sua presenza.

La tempesta sul mare di Galilea è una metafora della lotta contro le potenze del male; lotta che Gesù Cristo ha vinto. La barca rappresenta la Chiesa, la tempesta è simbolo delle persecuzioni che la investono. L’intervento di Gesù che impone silenzio al vento e alle acque lascia i discepoli tranquilli e mostra il suo potere sugli elementi della natura e la domanda che essi sbigottiti si fanno: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?” (v. 41).

La 1ª lettura di oggi ci viene incontro: nella risposta di Dio alle lamentele di Giobbe si afferma che solo Dio ha il potere di infrangere l’orgoglio delle onde quindi, se Gesù ha fatto tacere il fragore delle onde, è perché è Dio! La domanda dei discepoli: “Chi è costui?” può avere soltanto una risposta: Gesù è Dio! Tutto il vangelo di Marco è ritmato da questo interrogativo che sul calvario sfocia nella professione di fede del centurione romano pagano: “Davvero quest’uomo era figlio di Dio!” (15,39).

Una volta tornata la calma Gesù non può non manifestare il suo rincrescimento ai discepoli: “Non avete ancora fede, perché tanta paura?” (v. 41). Si, hanno assistito a tanti miracoli, persino alla risurrezione di morti (Lc 7,11-17; Gv 11,1-44) e ancora non credono!

Il vangelo dice che Gesù stava a poppa della barca, dove c’è il timone: come la Chiesa può avere paura se Gesù è nella barca e ha il timone nelle mani? Gli insegnamenti ricevuti nella giornata avrebbero dovuto convince i discepoli che, anche durante il sonno, il Signore continua vigilante. La Bibbia, il vangelo, Gesù, la Chiesa, la fede, sono un grido contro la paura che si installa nel cuore dell’uomo rendendolo indeciso e debole; la paura ci paralizza. Anche nelle situazioni più avverse, Gesù ci ha garantito la sua presenza (Mt 28,20), anche se a volte non la sentiamo, e se abbiamo la sensazione che stia dormendo. “Non avete ancora fede?”; ecco il richiamo di Gesù: è la fede che non ci fa perdere la certezza che Lui è con noi; che ci fa attraversare le notti della vita, che non ci fa perdere la certezza di essere amati; ed è questo che conta!

È la fede che ci dà la certezza che, nonostante siamo sbattuti dai flutti, non ci sarà naufragio perché abbiamo con noi Cristo, il nostro timoniere! Se la fede è dentro di noi, dentro di noi c’è Cristo, come lo attesta san Paolo: “Per mezzo della fede Cristo abita nei nostri cuori” (Ef 3,17). Anche se le acque e i venti entrano e agitano la nostra vita, la barca della nostra vita non ne sarà travolta perché al timone c’è Lui. Perché aver paura se so che Lui è con me? Quando la fede parla nel mio cuore, è come se comandasse ai venti e alle onde, proprio come dice il salmista: “Anche se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me” (Salmo 22,4). Una fede forte, cioè fiduciosa, ci consegna, ci rimette nelle mani di Cristo; è questo il messaggio del Vangelo. Quel giorno, ciò che salvò i discepoli dal naufragio fu il fatto che, prima di iniziare la traversata, “avevano preso con sé Gesù nella barca” (v. 36). E questa è anche per noi la garanzia migliore contro le tempeste della vita: avere con noi Gesù.

Ognuno di noi conosce ore di tempesta. Ma è bene chiedersi quali sono i venti che si abbattono sulla mia vita; quale sono le onde che ostacolano la mia navigazione verso Dio. Il vangelo ci dice che i discepoli in pericolo si avvicinarono a Gesù per chiedere aiuto. Ecco l’inizio della nostra fede: riconoscere che da soli non siamo in grado di stare a galla. La fede comincia dal credere che non bastiamo a noi stessi, dal sentirci bisognosi di Dio. Ma è necessario coltivare e mantenere intimità con il Signore. Quante volte lasciamo il Signore in un angolo, in fondo alla barca della vita per svegliarlo solo nel momento del bisogno!

Anche la chiesa, la comunità dei discepoli, a volte si trova in situazioni di contraddizione tali da sentirsi immersa in acque agitate che minacciano la sua esistenza. Si ha l’impressione che l’invisibilità di Dio sia in realtà un suo dormire, un non vedere, un non sentire le grida e i gemiti di chi si lamenta. Sì, la poca fede fa gridare ai credenti: “Dio, dove sei? Perché dormi? Perché non intervieni?”. “Non t’importa che noi periamo?”: a lui importa, e come! Gli importa talmente tanto che è morto per noi. Il suo rimprovero: “Non avete ancora fede?”, vuol dirci che, forse, abbiamo tonnellate di religione, ma non abbiamo un granello di fede! “Se c’è la paura non c’è la fede!