Ger 23,1-6; Ef 2,13-18; Mc 6,30-34.
Nel vangelo di domenica scorsa abbiamo visto l’invio dei discepoli in missione. Oggi li vediamo intorno a Gesù a cui fanno un resoconto della prima esperienza missionaria. Possiamo immaginare con quanto entusiasmo e soddisfazione raccontano il loro successo, perché Gesù aveva dato loro gli stessi suoi poteri. Dopo averli ascoltati, Gesù li invita ad andare in un luogo isolato per sottrarsi al continuo flusso della folla e riposarsi. Ma il tentativo fallisce perché sono impediti da una grande folla al punto che non avevano neppure il tempo di mangiare (v. 31). Cosa vuol dirci l’evangelista Marco con questi dettagli?
– L’evangelista si rivolge, prima di tutto, ai responsabili delle comunità cristiane perché confrontino il loro zelo con quello di Gesù e degli apostoli, e imparino a servire i fratelli con dedicazione e amore.
– Ma il messaggio va colto anche nell’espressione “in un luogo deserto, in disparte” (v. 31 e 32) per ricordare che il servizio alla comunità, alla Chiesa, richiede molto impegno e generosità, ma bisogna fare attenzione perché non si cada in una attività frenetica e perdere così il contatto con Gesù e la sua Parola, con cui è necessario rimanere sempre in confronto. Anche nell’urgenza delle attività è necessario ritagliare spazi e momenti di silenzio per rimanere soli con il Signore. Sarà questo rimanere con lui l’occasione necessaria per valutare i programmi e le mete. Senza questo confronto si rischia di cadere nell’attivismo che è sempre nocivo alla salute fisica e spirituale.
Questa sollecitudine vale per tutti: abbiamo bisogno di prendere le distanze dal ritmo lavorativo per non diventare macchine di produzione; vivere più intensamente la domenica, il giorno del Signore, per rimanere in contatto con la sua Parola. ma anche il nostro giorno, della nostra famiglia. Il lavoro deve umanizzare l’uomo, non strumentalizzarlo; c’è ancora molto da fare in questo senso. L’aridità spirituale, ma anche umana, che caratterizza la nostra epoca, sono il risultato di uno stare lontano da lui; stare con lui non è una fuga, ma un ricaricarsi spiritualmente.
Nella seconda parte del vangelo di oggi, l’incontro con la folla suscita in Gesù una reazione emotiva talmente forte che è descritta come intensa compassione (v. 34) perché “erano come pecore senza pastore”. Ma, di fatto, non mancavano i pastori: c’era il sommo sacerdote, una schiera di sacerdoti, i leviti, i dottori delle Legge, i rabbi/maestri e ancora gli amministratori politici e civili. E allora, perché pecore senza pastore? La risposta ci viene dalla 1ª lettura nel brano del profeta Geremia che abbiamo appena ascoltato: “Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo” (v. 1). È il grido d’indignazione di Dio per lo sfruttamento del popolo da parte di coloro che dovrebbero servirlo. Il disgusto di Dio è così grande che decide di assumere lui stesso il governo del popolo (v.3-4); sceglierà lui stesso pastori capaci di pascolare il gregge. Per questo susciterà, dalla famiglia di Davide, un pastore capace di esercitare la giustizia non solo con il suo popolo ebreo, ma anche su tutta la terra (v. 5). Qui l’orizzonte si apre, difatti questa profezia ha aperto la speranza all’invio del Messia che si è realizzato con la nascita di Gesù: sarà lui il buon pastore che guiderà il gregge del Signore ai pascoli eterni.
Il Salmo responsoriale (22/23) di questa domenica, delinea la figura di Gesù buon Pastore ed esprime la nostra gioia di trovare in lui ogni sicurezza. Gesù/buon Pastore, oltre a rivelare il suo cuore sensibile ai bisogni della gente, rivela la tenerezza di Dio Padre di fronte al dolore dell’umanità.
Gesù. totalmente dimentico di sé, passa all’azione: “si mise a insegnare molte cose” dice il vangelo (v. 34). Era questo che mancava ed era per questo che la folla seguiva Gesù, l’unico capace di sfamarla con la sua parola. La prima preoccupazione di Gesù è far si che la folla – queste pecore abbandonate – si senta valorizzata e lo fa annunciando il Vangelo: certamente avrà parlato del Padre, che era il tema ricorrente nella sua predicazione, tanto è vero che un giorno, l’apostolo Filippo entusiasta esclama: “Signore, ci parli sempre del Padre, mostraci il Padre e ci basta!” (Gv 14,8). E lo avrà fatto con quelle parole di speranza e di fiducia che lui sapeva offrire alle persone, proprio come dissero i soldati ai capi dei sacerdoti: “Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!” (Gv 7,46). Il Padre, quel Dio differente che Gesù è venuto a rivelare; sempre vicino, col braccio teso, con il cuore aperto. Padre, appunto, e Padre misericordioso.
I filosofi del sospetto (Marx, Nietzsche e Freud) hanno demolito la figura del padre dal nostro orizzonte culturale ed esistenziale; sarebbe frutto di una falsa coscienza. La nostra è un’epoca senza paternità che, necessariamente, sfocia nell’assenza della fraternità, perché la paternità che trae la sua forza dall’amore è la fonte di ogni relazione. Dobbiamo ricuperare la figura di Padre tracciata da Gesù; figura rassicurante, fiduciosa, misericordiosa, nelle cui braccia possiamo rimettere la nostra vita.
Gesù cominciò allora a distribuire il suo pane, il duplice pane: la parola/insegnamento che nutre la mente e il cuore, e il pane che alimenta il corpo, con la moltiplicazione dei pani, come vedremo la prossima domenica. Tutto questo vuol dire avere compassione, quella compassione che Gesù sentì al vedere quella folla stretta attorno a lui, quasi implorando aiuto. Nella compassione evangelica c’è l’inquietudine di Dio contro i cattivi pastori, sino a prendere lui stesso la guida delle pecore. Sì, perché il tempio continuava a raccogliere gente e le sinagoghe continuavano affollate, ma la gente rimaneva come “pecore senza pastore”.
Oggi, in Occidente, le chiese sono vuote o si stanno svuotando … cosa manca o cosa è mancato? Rifacciamoci alla compassione che portò Gesù a inviare i Dodici e, con loro, la Chiesa e ciascuno di noi, ad annunciare il Vangelo, la Buona Notizia che il Padre ci ama, e continua ad amarci nonostante tutto, perché nel cuore di Dio/Padre c’è sempre e comunque spazio per tutti!
L’annuncio gioioso, attraente di un Dio Padre misericordioso è l’unica salvezza!