1Re 19,4-8; Ef 4,30-5,2; Gv 6,41-51
Nel vangelo di domenica scorsa Gesù ci disse che la Parola di Dio si è concentrata in Lui. La Parola del Padre, Parola definitiva, umanizzata si è incarnata in Gesù di Nazareth che porta a compimento la parola dell’Antico Testamento. Lui, pane/parola, è il nostro alimento che dura per sempre, da qui la necessità di cibarsi di questa parola con la quale il Padre ci istruisce (v. 45). Già nell’Antico Testamento incontriamo alcune espressioni significative a questo riguardo. Un giorno il Signore ordina al profeta Ezechiele: “Figlio dell’uomo, mangia questo rotolo/libro, poi va e parla al mio popolo” (Ez 3,1). Era l’invito ad assimilare il messaggio contenuto nel libro. Anche il profeta Geremia usa questa immagine: “Quando le tue parole mi vennero incontro le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore” (Gr 15,16). Cibarsi della parola di Dio significa cibarsi della sua sapienza, del suo messaggio di salvezza.
Per gli ebrei e mussulmani la Parola di Dio è diventata un libro: la Bibbia (AT) e il Corano. Per noi cristiani la Parola di Dio si è fatta carne in Gesù di Nazareth; non è un libro, ma la Parola che abita il libro, una persona, Lui, Gesù! “In principio era il Verbo/la Parola, e il Verbo/la Parola era presso Dio e il Verbo/la Parola era Dio … e la Parola si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,1.14). A questa Parola siamo invitati a credere perché è il figlio di Dio, nel quale e per il quale ci è offerta la salvezza. Nel brano del vangelo di oggi, Gesù si presenta come pane/Parola di vita, pane che non perisce.
Siamo a Cafarnao e, il giorno dopo la moltiplicazione dei pani, si accende una discussione tra Gesù e la folla che, alla moltiplicazione dei pani, oppone la manna che Mosè aveva dato al popolo nel deserto. La folla rimane sorpresa e scandalizzata con la risposta di Gesù: “Io sono il pane vivo disceso dal cielo” (v. 42). Come può essere disceso dal cielo se è il figlio del falegname? Non conosciamo suo padre e sua madre? Ricordiamoci che anche per questo motivo fu rigettato dai suoi compaesani nella sinagoga di Nazareth: è appena il figlio del falegname, come può avere tanta sapienza e, addirittura, fare miracoli? E là, dice il vangelo, Gesù non poté fare molti miracoli (Mt 13,58). Vedete dove può arrivare il pregiudizio su una persona; avevano ridotto Gesù alla sua professione: è un falegname! Eppure Gesù afferma: “Chi crede in me, come inviato dal Padre, ha la vita eterna” (v. 47). Di fronte a questa affermazione i giudei reagiscono nel modo più risoluto: noi abbiamo già il pane che ci sazia, la Torah, la Parola del Signore scritta nella Bibbia! Non abbiamo bisogno di altro pane e, ancor meno, di te che affermi di essere disceso dal cielo! (vv. 41-42).
Dio non si è limitato a rivelare se stesso attraverso il creato (Rm 1,19-20), né attraverso la parola dei profeti. Nella pienezza dei tempi (Eb 1,1-3), si è presentato nel mondo in Gesù di Nazareth, Figlio di Dio, fatto carne/uomo tra gli uomini (Gv 1,14).
Ma i suoi ascoltatori si rifiutano di seguire questo nuovo e sorprendente cammino che porta a Dio; ritengono inconcepibile che un uomo possa avanzare la pretesa di rendere presente Dio. Li spaventa l’idea che Dio possa rivelarsi in un uomo … in un uomo debole, fragile … in un falegname! Ma Gesù continua ad affermare: chi crede in me, disceso dal cielo, avrà la vita eterna (v. 47).
Questa discussione è più che mai attuale. L’umanità di Cristo, per alcuni, è un mezzo per arrivare a Dio; per altri è un impedimento, sembra che un Dio troppo vicino all’uomo spaventi! Il vangelo ci invita a credere che in Gesù di Nazareth, vero uomo e vero Dio, è presente tutta la sapienza/Parola di Dio, pane di vita, che sazia ogni altra attesa perché lui è “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6).
Oggi come allora, non sono pochi quelli che si limitano a riconoscere in Gesù di Nazareth l’uomo saggio che ha indicato la via della giustizia, della pace, della fratellanza universale; uno dei tanti o anche il maggiore dei profeti. Lo ammirano, ma lo ritengono un semplice uomo, il figlio di Giuseppe, il falegname appunto. Ma con questo si impediscono di credere che “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui, abbia la vita eterna” (Gv 3,16-17). La manna, che gli ebrei mangiarono nel deserto, non comunicava la vita piena, infatti morirono; solo chi mangia il pane venuto dal cielo, che è la carne di Gesù risuscitato vivrà. Di questa fede in un Dio che diventa compagno di viaggio abbiamo bisogno. A questo ci ha introdotti la 1ª lettura. Siamo alla fine del 9° secolo a. C. durante il regno di Acab che introdusse il culto alle divinità pagane Baal e Astarte, dei della fecondità, per i quali arrivò persino a fare sei sacrifici umani. Isaia difende con tutte le forze la fede dei padri, ma si sente solo e abbandonato da tutti e. Invoca la morte e, spossato, si addormenta. Un angelo lo sveglia per due volte e gli dà del pane che gli permette di camminare nel deserto per quaranta giorni e quaranta notti. Notiamo bene, il Signore non lo libera dalla prova e dalle difficoltà, ma gli dà il necessario. E questo basta! Così succede anche a noi.
Non abbiamo anche noi dei momenti in cui ci sentiamo delusi per non aver trovato il conforto che speravamo? Nonostante tutto, non possiamo dimenticare che Dio è al nostro fianco, ci accompagna come ha fatto con Elia, con Gesù, pur non liberandolo dalla croce! No, Dio non ci risparmia il lavoro, non si sostituisce a noi, ma non ci fa mancare il pane/forza che ci ridona vigore nell’avventura della nostra vita. Questo alimento che ci dà forza e ci infonde coraggio è il pane della Parola di Dio, sempre a nostra disposizione. E non dimentichiamo che questa Parola, per noi cristiani, è una Persona, la Persona di Cristo (Gv 1,1-3), figlio del falegname sì, ma Figlio di Dio che si è fatto in tutto simile a noi e che, come ci ha ricordato la 2ª lettura di oggi, “ci ha amato e ha dato se stesso per noi” (v. cap. 5,2): non è possibile, quindi, che, avendo dato se stesso per noi, ci abbandoni!
Quando parliamo di pane indichiamo ciò che è essenziale per la nostra vita. Quando Gesù si presenta come il pane della vita; non il pane come tanti altri, ma il pane della vita. In altre parole, senza il pane della vita, senza Gesù, rischiamo di vivacchiare! Perché solo Lui nutre la nostra anima, solo Lui ci fa sentire amati, solo Lui ci dà la vita quando la vita quaggiù si spegne! Queste parole di Gesù risvegliano in noi lo stupore per il dono dell’Eucaristia.