Pro 9,1-6; Ef 5.15-20; Gv 6,51-58
Dopo la solennità dell’Assunzione della Madonna, riprendiamo il capitolo 6° del vangelo di Giovanni, con la seconda parte del discorso di Gesù nella sinagoga di Cafarnao, dopo aver sfamato la grande folla con appena cinque pani e due pesci! Il vangelo di questa domenica segna il passaggio, nel discorso di Gesù, dal pane del cielo inteso come parola, come sapienza di Dio, al pane dell’Eucaristia. Gesù vuol affermare che il pane da mangiare non è soltanto la sua dottrina, ma la sua stessa carne. I giudei che cercavano Gesù come operatore di miracoli, ed erano ritornati per riavere il pane gratis, si trovano davanti a questa richiesta sconcertante: accogliere Gesù come il pane disceso dal cielo. E Gesù stesso fa la sua catechesi per capire la portata di questa affermazione: “Chi mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (v. 61).
La dura reazione si fa subito sentire: “Come costui può darci la sua carne da mangiare?” (v. 52). Quando si è trattato del pane quotidiano non ci sono stati problemi; ma quando si è trattato di passare al significato che Gesù intendeva dare a quel pane condiviso, come dono di sé fino al sacrificio, emerge l’incomprensione. Anzi, emerge il rifiuto di Colui che poco prima si voleva portare in trionfo. Infatti Gesù ha dovuto nascondersi perché volevano farlo re … evidentemente perché potesse continuare a dare il pane gratis! Gesù non si preoccupa del loro imbarazzo, ma prosegue con la sua proposta inquietante: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suon sangue, non avete in voi la vita” (v. 53). Qui insieme alla carne, per complicare le cose, compare anche il sangue. Carne e sangue nella Bibbia indicano la totalità della persona. Invece di ammorbidire le sue parole, Gesù aggiunge una richiesta ancora più cruda, bere il suo sangue (v.53-56) che per un ebreo è qualcosa di ripugnate. È proibito bere il sangue “perché la vita della carne è nel sangue” (Levitico 17,10-11).
Mangiare la carne e bere il sangue di Gesù significa entrare in comunione con Lui per condividere con Lui il dono della vita. Non è il trionfo e i miraggi del successo che Gesù cerca, ma fare della propria vita un sacrificio per la vita del mondo.
A questa comprensione ci ha introdotti la 1ª lettura, presa dal Libro dei Proverbi, cioè della sapienza popolare. La Sapienza, qui personificata in una donna di casa che ha preparato un banchetto e invia le sue ancelle a proclamare ai punti strategici della città: “Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io mho preparato. Abbandonate la stoltezza e vivrete…” (v. 5-6). Abbiamo bisogno che la nostra vita sia segnata dalla sapienza, perché il destino di chi ascolta la sapienza è la vita. Ed è questa vita che Gesù offre nel suo corpo e nel suo sangue; vita in plenitudine (Gv 10,10), perché ci apre gli orizzonti dell’eternità, immergendoci nella vita divina.
Spesso noi ci comportiamo da insensati chiudendoci nelle ristrettezze dei beni materiali che, se pur necessari, sono transitori e non soddisfanno la nostra fame e sete di eternità. Gesù invece ci garantisce: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (v. 54).
Il tempo che abbiamo a disposizione per fare le nostre scelte, quelle che contano, è troppo prezioso per sprecarlo in vanità. Anche san Paolo nella 2ª lettura, invita alla saggezza e alla vigilanza per sfuggire alle tante “droghe” del mondo e indirizzare il nostro cuore verso il Signore che afferma di essere Lui stesso il pane vivo disceso dal cielo. Chiunque vuole avere la vera vita non ha altra via: deve ricevere il suo corpo immolato e il suo sangue versato, presenti nelle specie eucaristiche del pane e del vino. Gesù non poteva rendersi più vicino a noi! Non possiamo restare indifferenti all’accorato invito di Gesù perché a chi di mangia il suo corpo promette la vita eterna. Vita eterna che comincia già qui, nella misura in cui la nostra esistenza si lascia guidare dalla mozione dello Spirito Santo ricevuto nel Battesimo. Un modo per vivere in questa prospettiva, ricorda san Paolo in questa lettura, è la vita nella propria Comunità di fede dove ci ritroviamo per pregare, cantare, meditare insieme la Parola di Dio (v. 19-20) e alimentarci del Corpo del Signore risuscitato.
Ogni volta che partecipiamo alla celebrazione dell’Eucaristia, in un certo senso, anticipiamo il cielo sulla terra, perché mangiando il Corpo di Gesù, impariamo cos’è la vita eterna. Essa è vivere per e nel Signore: “Colui che mangia me, vivrà per me” (v. 57). Così, in questa comunione profonda con il Signore, esperimentiamo che la vita eterna comincia già qui. Lo ha sperimentato, tra i tanti, Carlo Acutis, un ragazzo di 15 anni dei nostri giorni che ha fatto dell’Eucaristia la gioia luminosa della sua breve, ma intensissima esistenza.
Anche oggi, come al quel tempo, Gesù ripete a ciascuno di noi: “Se non mangiate la mia carne non avete la vita in voi” (v. 53), cioè la vita di Dio! Dinnanzi a questo invito anche noi, come la gente nella sinagoga di Cafarnao, che avevano pensato a una forma di “cannibalismo”, potremmo discutere e resistere. Bisogna tener presente che la nostra comunione è con il corpo e sangue di Gesù resuscitato, presente nei segni del pane e del vino; Gesù resuscitato, quindi glorioso, e con un corpo non più materiale. La difficoltà di comprendere il pensiero di Gesù sull’Eucaristia può persistere anche con noi se facciamo fatica a modellare la nostra esistenza su quella di Gesù. Per avere la sua vita dentro di noi bisogna nutrirsi di Lui, interiorizzare i suoi comportamenti e i suoi criteri di vita. Se “frequentiamo” Gesù finiamo per imitarlo, conformarci e identificarci con Lui, perché nella Comunione ci trasformiamo in colui che mangiamo, secondo la felice espressione di santo Agostino (Confessioni VII, 10, 16). E così, di comunione in Comunione, Gesù ci trasforma dentro e ci prepara per il cielo!
Il vangelo di questa domenica segna il passaggio, nel discorso di Gesù, dal pane del cielo inteso come sua parola, sapienza di Dio, al pane dell’Eucaristia. Gesù vuol affermare che il pane da mangiare non è soltanto la sua dottrina, ma la sua stessa carne.