Gs 24,1-2°.15-18b; Ef 5,21-32; Gv 6,63c-68.
Nella seconda parte del vangelo di domenica scorsa, il discorso di Gesù nella sinagoga di Cafarnao segnava il passaggio dal pane del cielo inteso come sua parola, insegnamento, dottrina, al pane dell’Eucaristia. Gesù vuol affermare che il pane da mangiare non è soltanto la sua dottrina, ma la sua stessa carne, come pane disceso dal cielo. Il miracolo della “moltiplicazione” dei pani li ha saziati, ma ha suscitato perplessità e domande. Parte da qui la paziente catechesi di Gesù per aiutare la folla a spingersi oltre il segno materiale del pane e credere in Lui, il vero pane dono del Padre, disceso dal cielo.
La folla reagisce stupita: “Come può dire: sono disceso dal cielo?”… se è il figlio del falegname … e noi conosciamo suo padre e sua madre? E qui entra anche il pregiudizio per la condizione sociale di Gesù! Ma Gesù rincalza: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (v. 53). Davanti a questa insistente pretesa di Gesù il risultato è sconfortante: “Questo linguaggio è duro; chi può ascoltarlo?” La conclusione non può essere altra, come registra il vangelo di oggi: “Da quel momento molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui” (v. 66). Il grande entusiasmo dei primi tempi si spense, perché Gesù aveva detto di essere Lui il pane disceso dal cielo, rivelando la sua identità. Perfino i discepoli non riescono ad accettare il linguaggio inquietante del Maestro che rimane solo, con appena i dodici apostoli, e non fa nulla per trattenerli. Anzi, voltandosi verso di loro chiede: “Volete andarvene anche voi?” (v. 67). È 8m momento decisivo, se anche loro si ritirano, la sua missione di Gesù è fallita. Eppure Gesù non indietreggia, richiama alla necessità della fede e alla fedeltà: “Volete andarvene anche voi?”.
Gesù offre la chiave per superare la difficoltà; una chiave fatta di tre elementi. Primo: la sua origine divina: Egli è disceso dal cielo e salirà “là dov’era prima” (v. 62), ed è questo che non accettano, l’incarnazione del Figlio di Dio scandalizza. Secondo: le sue parole si possono comprendere solo attraverso l’azione dello Spirito Santo, Colui “che dà la vita” (v. 63), il che richiede apertura all’azione di Dio. Terzo: la vera causa dell’incomprensione è la mancanza di fede: “Tra voi ci sono alcuni che non credono” (v. 64). Ecco la questione: la fede, che è porta per accedere al mistero.
Di fronte a queste defezioni, Gesù non fa sconti e non attenua le sue parole, anzi costringe a fare una scelta precisa: o stare con Lui o separarsi da Lui: “Volete andarvene anche voi?” (v. 67). Gesù non può indietreggiare perché è in gioco una decisione determinante per la nostra vita.
“Mistero della fede” dice il sacerdote nella Messa subito dopo la consacrazione del pane e del vino nel corpo e sangue di Gesù risorto. Ci è chiesto di sospendere l’attività della ragione, deporre i pensieri vani e le passioni ingannevoli, per trasferire ogni affetto negli umili segni del pane e del vino in cui c’è l’uomo Dio in persona.
E a questo ci aveva già introdotti la 1ª lettura di oggi, che è la conclusione del libro di Giosuè, il condottiero che ha sostituito Mosè nel cammino verso la terra promessa. Il popolo ebreo, finalmente, sta per entrarvi, e Giosuè pone loro la domanda, quasi a bruciapelo: “Scegliete oggi chi servire: il Dio che vi ha liberati dalla schiavitù dell’Egitto o gli dei che incontrerete nella terra che state per occupare?” (2,15). È davvero sorprendente questa richiesta di verifica, nonostante il popolo sia stato testimone delle opere prodigiose compiute da Dio: il passaggio nelle acque del Mar Rosso; ha mangiato la manna nel deserto e bevuto l’acqua scaturita dalla roccia. Eppure non c’è nulla di strano, perché questa è anche la nostra storia!
Anche noi, che abbiamo sperimentato, e continuiamo a sperimentare la bontà e la misericordia di Dio, siamo tentati di adorare altri “dei” come il denaro, il potere, il piacere, la tecnica, la scienza ecc. E la risposta del popolo è immediata e senza esitazioni: “Lungi da noi abbandonare il Signore” (v. 16 e 18). È una scelta che ogni giorno si impone anche a noi: credere alle chiacchiere dell’opinione corrente, seguire la vaga religiosità soggettiva, oppure decidersi per una fede personale e convinta nel Dio di Gesù Cristo. La scelta di seguire Gesù non si fa una volta per sempre, perché siamo continuamente sollecitati da tanti altri messaggi che ci seducono e ci illudono.
La stessa provocazione ricevono gli Apostoli. La risposta di Pietro: Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!” (v. 68) si presta ad una profonda riflessione. Notiamo due elementi importanti per la nostra meditazione. Primo, Pietro non dice: “Signore da chi andrò,” ma “da chi andremo”. Risponde anche a nome degli altri apostoli, sicuro di interpretare il loro pensiero. L’evangelista ritiene che la domanda è rivolta anche alle sue e nostre Comunità che potrebbero lasciarsi tentare da cammini più facili. Secondo, Pietro non dice “dove andremo?”, ma “da chi andremo?”, per sottolineare rapporto personale con Gesù nella fede. Infatti, il problema di fondo non è andare, ma da chi andare, perché la fede in Dio è questione di fiducia in una persona: Gesù. Non un’idea, un mito o semplicemente un messaggio di pace e giustizia, ma una persona che trasmette e richiede fiducia.
E noi, da chi andremo per trovare parole di vita? Credere in Gesù significa fare di Lui il centro, il senso della nostra vita, cioè capire che Cristo è il “pane vivo”, il nutrimento indispensabile che Dio Padre ci offre nel nostro pellegrinaggio e che, di Eucaristia in Eucaristia, come un viatico, ci conduce alla vita eterna.
Non vorrei terminare senza dire due parole sulla 2ª lettura che, nella storia, ha fatto molto scalpore. Anche qui entra il nostro rapporto con Dio per poter capire l’affermazione di san Paolo: “Le mogli siano sottomesse ai loro mariti” (v. 22). Non vorrei che le donne non escano contrariate da questa celebrazione! Prima di dire: “le mogli siano sottomesse ai loro mariti”, san Paolo ha dato il principio generale: “siate sottomessi gli uni gli altri” (21), cioè amatevi gli uni gli altri fino ad essere sempre a disposizione gli uni degli altri. Questo è il comandamento valido per tutti e per sempre. Mentre: “le mogli siano sottomesse ai loro mariti”, risponde alla cultura del tempo di san Paolo. Non c’è posto per il potere, la sopraffazione e l’inferiorità!