Dt 4,1-2.6-8; Gc 1,17-18.21b.22.27; Mc 7,1-8.14-15-21-23.
Riprendiamo oggi il vangelo di Marco che ci propone una delle discussioni dei farisei con Gesù circa le tradizioni. I farisei e i dottori della Legge erano severi custodi di queste tradizioni per mantenere la loro identità in un’epoca di forte influenza pagana. Per capire l’attrito tra questi e Gesù andiamo alla 1ª lettura dove Mosè presenta al popolo una catechesi sopra i dieci Comandamenti, la Torà, Legge suprema del popolo giudeo.
Il popolo ebreo era uscito dalla schiavitù dell’Egitto, dove non esisteva nessuna legge che li proteggesse; erano schiavi e basta. I 10 Comandamenti stabiliscono criteri di una convivenza, in armonia con Dio e con il prossimo. Difatti è impossibile pensare una società nella quale sia permesso uccidere, rubare, calunniare etc. Per questo Mosè raccomanda di non aggiungere o togliere nulla; l’osservanza, dice, è segno della nostra saggezza e intelligenza davanti agli altri popoli (v. 6) che si meraviglieranno delle nostre leggi giuste e loderanno il Signore (v. 8).
Questa discussione è presente anche oggi, tanto nella Chiesa quanto nella società e, a volte, si manifesta in atteggiamenti intransigenti. In ogni società che si struttura per rispondere ai problemi che sorgono con il tempo, non basta la Costituzione: ci vogliono i vari codici e statuti. Così i 10 Comandamenti furono spiegati nei dettagli, ma … fino ad arrivare a 613, con conseguenze facili da immaginare. Se era possibile ritenere dieci leggi redatte in forma pratica, facile e breve … non uccidere, non rubare …. non era così facile ritenere 613 leggi, delle quali 365 precetti negativi e 248 positivi. Per questo il popolo era considerato “maledetto” dai dotti. In realtà molte di queste prescrizioni umane erano indebite e portavano alla idolatria della legge. Gli scribi e farisei erano estremamente minuziosi e attenti nel compimento di queste prescrizioni che diventarono pericolose perché erano equiparate alla Parola di Dio. Si attribuiva a Dio la distinzione fra uomini puri e impuri, ricchi e poveri, fra giusti e peccatori. Questo portava ad assolutizzare delle pratiche rituali e a far pensare che, compiendole bene, si era a posto con Dio. Ma la pratica religiosa, il culto non sono sufficienti a garantirci la salvezza senza la conversione del cuore. Di fronte a questo, Gesù ci invita ad assumere un atteggiamento libero: è il vangelo di oggi.
Alcuni farisei e scribi zelanti della Legge, stupiti, notano che i discepoli prendono il cibo con le mani “impure”. Non è che mangiassero con le mani sporche, ma senza aver fatto le abluzioni rituali secondo la tradizione. Non si tratta di trascuratezza delle norme igieniche, ma di un gesto rituale. Da dove veniva questa tradizione?
La Bibbia prescrive che quando i sacerdoti si avvicinano all’altare debbano lavarsi le mani e i piedi (Es 30,17,21). Ma alcuni gruppi di laici devoti cominciarono a far questo nelle proprie case, pratica che si diffuse tra il popolo fino a credere che fosse un precetto dettato dal Signore e, come tale, non doveva essere alterato.
Davanti a questo zelo eccessivo, Gesù li chiama ipocriti (v. 6), cioè simulatori, attori che recitano bene, ma che si preoccupano solo dell’esteriore e dell’apparenza: la purificazione delle braccia, delle mani, dei bicchieri, delle stoviglie, degli oggetti di rame (v. 4). Possiamo domandarci perché Gesù trascurava queste tradizioni, in fondo non erano cose cattive. Queste pratiche finivano per assolutizzare certi riti che si allontanavano dall’essenziale della fede, creando un universo chiuso: i puri che erano loro, e gli impuri che erano gli altri. Gesù intende riportare la fede al suo centro. È necessario purificare il cuore, dice Gesù, per liberarlo dalle passioni e dai vizi. Non interessa la purezza esteriore, i formalismi e le solenni liturgie, e cita il profeta Isaia: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me” (v. 6-7). Aggiunge anche che non c’è nulla fuori dell’uomo che entrando in lui lo rende impuro; sono le cose che escono dall’uomo che lo rendono impuro, e presenta una lista di queste cose che escono dal cuore dell’uomo: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza (v. 21-22). I profeti avevano già raccomandato: “Lavatevi, siate puri, togliete l’iniquità dei vostri cuori!” (Is 1,16), mettendo l’accento sull’impurità dell’anima, piuttosto che sull’impurità delle cose.
Anche la 2ª lettura parla dell’aspetto interiore della Legge che ci porta all’essenziale: all’amore del prossimo, espressione concreta dell’amore verso Dio, che è l’anima della Legge (v. 27). Questa lettera di san Giacomo ci accompagnerà durante 5 domeniche. Nel brano di oggi vengono richiamate le disposizioni necessarie davanti alla Parola di Dio. Il primo atteggiamento è l’ascolto con docilità della Parola, con la disposizione di lasciarci illuminare, orientare e correggere. Ma il passo decisivo è mettere in pratica la Parola di Dio che consiste nel soccorrere gli orfani e le vedove, cioè i deboli. È questa la vera religione, precisa san Giacomo (v. 27). Chi si limita ad essere soltanto ascoltatore della Parola di Dio, illude se stesso (v. 26). L’ascolto docile ci porta ad assumere gli stessi sentimenti e le premure di Gesù: “Beati quelli che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 11,28).
Oggi, la Liturgia della Parola ci porta a riflettere sulla nostra fede. Ci riteniamo buoni cristiani, perché praticanti, ma forse non abbiamo cercato una verifica completa e coraggiosa del nostro vivere alla luce di quello che Gesù ci ha rivelato, e non in base alle nostre opinioni. Gesù non chiede pratiche rituali; prima di ogni altra cosa domanda fede, carità, perdono, amore esclusivo. La sola pratica esteriore della religione, senza un sincero atteggiamento interiore che si esprime nell’adorazione dell’Unico Dio e nella disponibilità ai fratelli, non può piacere a Dio.
Non siamo giudicati da Dio per le osservanze esteriori, ma per l’orientamento profondo del cuore. Allora dobbiamo domandarci: metto Dio e la sua Parola al centro della mia vita? Sarà che le mie labbra lodano Dio, ma il mio cuore è lontano da Lui? Siamo cristiani, uomini e donne di fede, ma forse, ancora lontani da quello che dovremmo essere? In questo caso, però, siamo come la povera vedova che ha offerto solo due monetine, ma, in fondo, voleva dare il suo cuore! (Lc 21,2.4). Non scoraggiamoci se ancora siamo lontani. Le nostre debolezze non spaventano Dio! Siamo in cammino; l’importante è non perdere l’entusiasmo e la speranza!