Is 50,5-9°; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35.

Il messaggio della liturgia della Parola di questa XXIVª domenica ci presenta il paradosso della croce. Paradosso perché la croce è, insieme, mistero di dolore e di salvezza, di morte e di vita. Il tema è introdotto dalla 1ª lettura, che è il terzo poema del Servo del Signore che, davanti alla sofferenza, assume due atteggiamenti: accettazione spontanea del dolore e fiducioso abbandono in Dio. Questo Servo è la figura di un uomo colpito, umiliato, insultato, sconfitto che, però, Dio non abbandona nelle mani dei nemici. La descrizione anticipa in modo impressionante l’atteggiamento di Gesù durante la sua passione, descritta dai vangeli. I primi cristiani hanno visto in questo Servo l’immagine di Gesù di Nazareth rigettato dai suoi, ma riconosciuto da Dio come il servo-figlio fedele.

I contemporanei di Gesù aspettavano un Messia glorioso e potente che avrebbe liberato il popolo dalla dominazione dei potenti con la forza. Nel vangelo di oggi, Gesù smentisce questa mentalità e corregge l’aspettativa dei discepoli. Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù rivolge due domande ai discepoli. La prima riguarda l’opinione che di lui si è fatta la gente: “La gente chi dice che io sia?” (v. 27). I discepoli presentano una panoramica delle idee che circolano su di Lui: alcuni dicono che è Giovanni Battista; altri dicono che è Elia; altri ancora che è uno dei profeti. Sono immagini esaltanti, ma non colgono l’identità di Gesù. Ecco perché a brucia pelo domanda ai discepoli: “Ma voi, chi dite che io sia?” (v. 29).

In tutti i vangeli è Pietro a rispondere: “Tu sei il Cristo” (v. 29) cioè, il Messia, l’inviato da Dio di cui hanno parlato i profeti. Gesù elogia la risposta di Pietro: “Beato sei tu, Simone” (Mt 16,17). La risposta è esatta, ma l’idea che lui ha del Messia non è differente da quella dell’opinione popolare. Lui e gli apostoli sono prigionieri della mentalità corrente: il Messia darà inizio al regno di Dio con il potere e la forza.

Gesù ha considerato diabolica la proposta di prendere il potere e di presentarsi come un dominatore di questo mondo, “e cominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato … poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare” (v. 31). E “faceva questo discorso apertamente” (v. 32). La reazione di Pietro non si fa attendere: preso in disparte Gesù “si mise a rimproverarlo” (32) perché la sua fine ingloriosa significava il fallimento suo e del gruppo che si era formato intorno a Gesù. Non se la sentono di entrare in un progetto assurdo. Ma Gesù non fa sconti, non ritira una parola: “Va dietro a me, Satana”. Pietro ha dimenticato di essere un discepolo, colui che si mette al seguito del Maestro per imparare; ha commesso l’errore di passare avanti al Maestro e indicargli la strada da percorrere! Gesù, il Maestro, lo invita a tornare al suo posto, a mettersi dietro il Maestro e seguirlo.

Il Messia passerà per l’umiliazione e la sofferenza come conseguenza della fedeltà alla sua missione. E questo sarà anche il destino di colui che vuole essere suo discepolo. E tanto agli apostoli quanto alla folla Gesù presenta le sue esigenze: chi vuole essere suo discepolo deve essere disposto a rinnegare se stesso, prendere la croce, seguirlo.

– Rinnegare se stesso: smetterla di pensare a se stessi, di mettersi al centro degli interessi, di cercare in tutto il proprio vantaggio, di ripiegarsi egoisticamente su se stessi, per dare gratuitamente, come gratuitamente Gesù fa della sua vita un dono all’umanità.

– Prendere la croce: non è l’esaltazione del dolore; il cristiano non cerca la sofferenza, non va al mercato per comprarsi la sua croce di questa s’incarica la vita, ma cerca l’amore… In una parola, prendere la croce significa rendersi disponibili agli altri, fino al martirio. La croce è il segno del dono più totale di sé; è il cammino tracciato da Gesù; è il cammino dell’anti-potere. Solo per questo Gesù può chiederci: “Amatevi gli uni gli altri COME io ho amato voi” (Gv 15,12). La croce è sempre presente nella vita del cristiano. Senza morte non c’è risurrezione; se il chicco di grano non muore, non porta frutto (Gv 12,24).

– Seguirlo, cioè condividere la sua scelta di vita, fare nostro il suo progetto. Gli Apostoli comprenderanno questa lezione; infatti tutti, in un modo o nell’altro, porteranno la croce. Pietro morirà su quella croce che lo aveva tanto scandalizzato! La 2ª lettura, ricordandoci che “la fede senza le opere è morta” (v. 17), vuol dirci che se il cristiano non testimonia la sua fede in Cristo portando con lui la croce, la sua fede è vana.

Quando Gesù chiamò i discepoli, nessuno gli domandò: dove mi porti e cosa vuoi da me. Dopo averlo sentito parlare, visto i miracoli, i successi che riscuoteva presso il popolo, si erano convinti che valeva la pena seguirlo, e avevano scommesso tutto. Ma non avevano mai pensato a queste esigenze di Gesù, nonostante avessero costatato con i propri occhi che il suo stile di vita non era facile. Questa è la presentazione che Gesù fa di se stesso. In una parola: non basta essere suoi ammiratori, è necessario imitarlo nella disposizione di fare della propria vita un dono. Questa è l’identità di Gesù, in essa Dio Padre ha dichiarato di incontrare la sua soddisfazione, invitandoci ad ascoltarlo (Mc 9,7).

Allora, la domanda di Gesù: “Ma voi, chi dite che io sia?”, che risuona da duemila anni, continua ad essere rivolta a ciascuno di noi e in ogni epoca, perché la nostra risposta non è data una volta per sempre, e si dà con uno stile di vita consono al suo messaggio. Con questa domanda, diretta e confidenziale, Gesù chiede che i discepoli di ieri e di tutti i tempi instaurino con Lui una relazione personale, condizione indispensabile per una missione che non si compie nella strada larga del successo, ma nel sentiero arduo del Servo sofferente rifiutato e crocifisso. Il rinnegare se stessi, prendere la croce e seguirlo è un impegno costante che esclude il proprio orgoglio egoistico per prendere la propria croce che, in un modo o in un altro, la stessa vita si incarica di presentarci. È meglio caricare la propria croce che trascinarla così … diventa meno pesante! In ogni modo, la croce va caricata … per e con … amore!

Buona domenica!