Sp 2,12.17-20; Gc 3,16-4,3; Mc 9,30-37
Nel vangelo di domenica scorsa Gesù diede il primo annuncio della sua morte e risurrezione e la reazione di Pietro, meritando da Gesù l’epiteto di Satana. Nel vangelo di questa XXVª domenica Gesù dà il secondo annuncio: “Il Figlio dell’umo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno” (v. 31). Dice: Viene consegnato, da chi? Ci viene spontaneo dire: da Giuda! Ma non è così. Viene consegnato agli uomini da Dio! È il Signore che consegna suo Figlio agli uomini. Se Dio fosse rimasto nei cieli, sarebbe stato ignorato, ma ha deciso di scendere sulla terra, e di mettersi nelle mani degli uomini: “Dio ha tanto amato il mondo da mandare suo Figlio” (Gv 3,16). Quale condiscendenza! E questa consegna è cominciata con l’incarnazione, con la nascita di Gesù. Adesso è arrivato il momento della consumazione: “Gli uomini lo uccideranno” (v. 31). È questo che Gesù sta spiegando, ma i discepoli, ancora una volta, faticano a comprendere; anzi, bloccati dalla paura, non riescono neppure a chiedere spiegazioni. Per loro, Gesù sarà il Messia, come lo ha dichiarato Pietro; colui che libererà il popolo dall’oppressione e lo farà con il potere, visto che è capace di fare miracoli. I pensieri degli Apostoli sono molto distanti da quelli del Maestro. Gesù sembra parlare al vento. Gli Apostoli, occupati con altri pensieri, discutono animatamente tra loro chi sia il più grande (v. 34). Le parole di Gesù non possono arrivare ai loro orecchi e ancor meno ai loro cuori … sono pieni di vanità. Non lo capiscono perché non hanno la disponibilità ad accogliere la sua novità, il modo di pensare di Dio. D’altra parte, non è difficile capire la loro ottusità. Un Messia sofferente è inconciliabile con le convinzioni religiose del tempo; è l’opposto delle attese del popolo, che non può accettare l’idea che Dio abbandoni il suo eletto, il Messia, nelle mani dei malfattori. Convinzione questa, trasmessa nella 1ª lettura, che presenta il servo del Signore fiducioso nella protezione di Dio, nonostante la dura prova. Nelle sofferenze, alle quali è sottoposto, i primi cristiani hanno visto una profezia della passione di Gesù. Ed è per questo che la 1ª lettura serve da sfondo al vangelo di oggi: “Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli empi” (v. 31).
Ma l’attesa di tutti è di un Messia dominatore, e i discepoli sperano di essere partecipi del suo potere: Chi è il più grande tra noi? Cioè, una volta che Gesù è arrivato al potere, chi sceglierà come suoi ministri? È la mentalità di chi rifugge dalla croce e cerca momenti di gloria. A questo proposito è interessante un’osservazione di Padre Pio sulle persone che lo cercavano: “Tutti vengono qua per farsi togliere la croce, non per imparare a portarla!”.
Gesù sente che c’è qualcosa che li agita, ma sul momento non interviene, lo farà una volta arrivati a casa. “Di che cosa stavate discutendo per la strada?” (v. 33). La questione dei titoli e dei posti d’onore era molto discussa al tempo di Gesù … ma è sempre stato così nella storia, nella storia personale e … anche nella storia della Chiesa! Il vangelo di oggi descrive la scena accuratamente: i discepoli, imbarazzati, tacciono (v. 34). Gesù siede come Maestro che impartisce una lezione importante (v. 35). Gesù sente i discepoli troppo lontani, li chiama a sé, poi dà solennemente il suo giudizio: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti” (v. 35). Questa proposta di Gesù è tanto importante che gli evangelisti la riportano per ben sei volte! E, nell’ultima cena, Gesù sorprende gli apostoli quando, indossando il grembiule, lava loro i piedi, concludendo: “Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi” (Gv 13,14). Qualche anno più tardi, san Paolo, riprendendo questo insegnamento di Gesù, dirà: “Siate sottomessi gli uni agli altri – cioè, siate a servizio gli uni agli altri – nel timore di Cristo” (Ef 5,21)
I discepoli avranno capito la lezione? E la storia è finita lì? No. Il vangelo di oggi nota che la scena si svolge “in casa” (v. 33). Questa casa rappresenta la Comunità cristiana, la Chiesa che, come istituzione e come profezia, si giustifica solo come serva dell’umanità. Papa Francesco direbbe, come ospedale da campo. La Chiesa, e ogni cristiano/discepolo, devono guardarsi dalla tentazione di assumere certi usi della società, come inchini, ossequi, omaggi, privilegi. Gesù dirà ai discepoli: “Tra di voi non sarà così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve” (Lc 22,26).
La Chiesa non deve essere trampolino di lancio per raggiungere posizioni di prestigio e privilegio, luogo per emergere e ottenere il dominio sugli altri. Lo stesso vale per famiglia, per l’ambiente di lavoro dove, a volte, si perde troppo tempo ed energie per emergere e ottenere il dominio sugli altri, invece di mettersi al servizio gli uni degli altri. Soltanto così emerge quello che dà valore a tutto e a tutti: l’amore.
La lezione di Gesù continua con un altro gesto significativo: prende un bambino, lo pone in mezzo, cioè lo mette in evidenza. Ci sono altri episodi di Gesù con i bambini. Qui il bambino è preso come simbolo dell’essere debole e indifeso che ha bisogno di protezione. Gesù chiede alla Comunità dei suoi discepoli che metta al centro dell’attenzione i deboli, i poveri, gli indifesi, gli emarginati, gli esclusi di ogni tipo e, sul suo esempio, accolga e abbracci tutti.
La via sicura per incontrare Gesù e, con lui, il Padre, è sempre quella dell’umiltà e del servizio amoroso, senza indietreggiare quando su questo cammino si incontra la croce, proprio come l’ha incontrata Gesù. A questo spirito di servizio e d’amore si richiama la 2ª lettura. È il modo per liberarsi dall’invidia e dallo spirito di contesa. E questo servizio costante, della Chiesa e di ogni battezzato che è diventato discepolo, può essere la croce che siamo chiamati ad abbracciare per seguire il Signore. Il vero discepolo è colui che, come il Maestro, si svuota di sé per dare a piene mani, prendendosi cura della fragilità dell’altro; è un umile servitore, non ricercatore di potere: la sua misura di grandezza è il dono di sé senza misura. Chi tra i suoi vorrà essere il primo, dovrà farsi ultimo di tutti e agire secondo la logica del servizio. Allora sì, sarà il primo, ma nell’amore. Buona domenica!