1Sam 3,3b-10.19; 1Cor 6,13c-15.17-10; Gv 1,35-42.

Siamo alla seconda settimana del Tempo Ordinario, e il vangelo di oggi ci parla della chiamata dei primi tre discepoli di Gesù. Come sempre la domenica, il tema della vocazione è anticipato dalla 1ª lettura con una delle pagine più belle sulla vocazione. Si tratta della chiamata di Samuele la cui nascita ha avuto una storia commovente. Una donna di nome Anna era sterile e un giorno andò al Tempio per sfogarsi con il Signore. Al sacerdote Eli sembrò che ella fosse ubriaca e la rimproverò, ma ella rispose: “Se tu sapessi l’amarezza del mio cuore” e raccontò il suo dramma. Il sacerdote le assicura che il Signore ascolterà la sua supplica. Anna consolata dalle parole del sacerdote ritorna a casa e, dopo un anno, dà alla luce un bambino che, non trattiene per sé, ma dopo svezzato lo porta al Tempio e per riconoscimento lo consacra al Signore.

Samuele vive nel Tempio, come se fosse in un seminario. Una notte si sente chiamare ripetutamente e, ogni volta, va presso il sacerdote Eli, lo sveglia e gli domanda se lo ha chiamato. Il sacerdote capisce che Dio ha dei progetti su questo adolescente e lo aiuta a rispondere al Signore; se ti chiama un’altra volta, gli dice, rispondi: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta” (v. 9), e così avvenne. Samuele fu chiamato ad agire in un momento difficile della storia del suo popolo tormentato dai Filistei per più di un secolo; fu lui che consacrò re Saulo e poi Davide.

Tra i tanti nomi che la Bibbia attribuisce a Dio c’è anche questo: Colui che chiama. Nessuno è anonimo davanti al Signore, lui chiama per nome (Sl 147.4). Dio chiama ma, da soli, non sempre siamo capaci di percepire la sua chiamata; come Samuele, anche noi abbiamo bisogno di qualcuno, più sensibile alla Parola di Dio, che ci serva da intermediario. È il delicato compito dei genitori e degli educatori, stare attenti per cogliere i segni della vocazione e aiutare a discernere.

Di chiamata parla anche il vangelo di oggi che contiene due momenti. Nel primo incontriamo il Battista che cammina con i suoi discepoli e vedendo Gesù, fissa lo sguardo su di lui e ne coglie l’identità con un’immagine strana: lo chiama l’Agnello di Dio (v. 36). Il Battista, da buon ebreo, aveva a disposizione altre immagini come, pastore, re, giudice, maestro, messia, ma lo chiama Agnello di Dio, perché ha intuito il destino di Gesù: un giorno sarà immolato come e al posto dell’Agnello di Pasqua per rimettere i peccati. C’è anche un riferimento al Servo del Signore del profeta Isaia, che si incammina verso la morte come un agnello portando con sé i peccati del mondo e intercedendo per i peccatori (Is 53,7.12). C’è il richiamo di Isacco il figlio di Abramo, che si dirige al luogo del sacrificio caricando lui stesso la legna, come Gesù caricherà la croce. Isacco chiede al padre: “Dov’è l’agnello per il sacrificio?” E il padre risponde che sarà Dio a provvedere l’agnello (Gn 22,7-8).

Giovanni il Battista vede in quell’Agnello di Dio, Gesù che, dando la sua vita, si farà carico delle nostre debolezze, delle nostre miserie, dei nostri peccati. Ecco perché noi, al momento della Comunione, lo salutiamo come l’Agnello di Dio: noi mangiamo la carne dell’Agnello che si è offerto al Padre, come gli ebrei mangiavano la carne dell’agnello pasquale come segno di comunione con Dio.

Ecco l’Agnello di Dio: colpiti da queste parole i due discepoli, lasciano il Battista loro maestro, seguono Gesù senza dir nulla. Gesù si accorge della loro esitazione, rompe il ghiaccio e va loro incontro con la domanda: “Che cosa cercate?”. Sono le prime parole di Gesù nel vangelo di Giovanni; e loro: “Maestro, dove abiti?” (v. 38). Gesù non si attarda in spiegazioni, propone un’esperienza; la sua risposta è una chiamata: “Venite e vedrete”. L’evangelista sottolinea che i due discepoli rimasero con lui quel giorno e ricorda anche l’ora: erano circa le quattro del pomeriggio (v. 39). Dopo più di 50 anni, quando l’evangelista narra il fatto, quell’incontro è ancora vivo nella sua mente e nel suo cuore, perché ha segnato la sua vita; è diventato e rimasto per sempre discepolo di Gesù! Per ogni cristiano quel giorno è oggi, le quattro del pomeriggio è adesso! Nel secondo momento del vangelo di oggi troviamo gli effetti di quel memorabile incontro. Andrea, che con Giovanni aveva incontrato Gesù e aveva passato il giorno con lui, incontra suo fratello Pietro e dice: “Abbiamo trovato il Messia” (v. 41); come per dire: la nostra attesa, la nostra ricerca è finita, l’abbiamo trovato; e lo conduce a Gesù. Una bella immagine di testimone e missionario, ed una prova che la fede si trasmette per attrazione. Quando qualcosa o qualcuno segna la nostra vita, abbiamo un bisogno impellente, una necessità di comunicarlo. La reazione di Gesù è sorprendente: fissa lo sguardo su Pietro, cioè guarda dentro, e gli cambia il nome: Sarai chiamato Cefa, Pietro (v. 42). Cambiare nome, nella Bibbia, significa dare una missione: Si chiama Pietro perché la sua vocazione sarà di essere pietra viva che mantiene salda la Chiesa nell’unità della fede. Pietro avrà la missione di confermare nella fede i suoi fratelli (Lc 22,32). Anche noi siamo stati “guardati” dal Signore; ci ha chiamati; abbiamo risposto e abbiamo confermato questo sì più volte: nella 1ª Comunione, Cresima, matrimonio, ordinazione sacerdotale, voti religiosi, ascoltando la sua parola, conversando con lui nella preghiera, ricevendolo nell’Eucaristia.

Se è valsa la pena incontrarlo, perché la nostra generazione non ha più l’entusiasmo di comunicarlo? Perché le nostre famiglie non sono più capaci di trasmettere la fede, cioè di fare discepoli? È stato questo l’ordine di Gesù nel giorno della sua ascensione: “Andate e fate miei discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19). È la missione della Chiesa, di ciascuno di noi. La fede è per sua natura contagiante/missionaria; se questo non succede dobbiamo chiederci il perché. Abbiamo battezzato, fatto catechesi per i sacramenti, ma non abbiamo suscitato discepoli di Gesù e, una volta ricevuto i sacramenti, ci si è allontanati, perché non si è creato un vincolo vitale con la sua persona e con il suo messaggio. La celebrazione dei sacramenti è finita ed è morta nei ristoranti; l’aspetto sociale ha prevalso sull’aspetto sacramentale.

Che il Signore ci conceda la grazia di una risposta generosa alla sua chiamata e ci faccia riscoprire la bellezza della nostra vocazione: essere portatori di Cristo per fare discepoli, perché la sua opera di salvezza continui.