Stiamo nel Tempo pasquale che nei primi secoli, quando era forte il Catecumenato, era chiamato il tempo della Mistagogia cioè, introduzione, perché nella catechesi si spiegava il senso dei riti fatti nella celebrazione del Battesimo nella notte di Pasqua. Questa 2ª domenica di Pasqua era chiamata la Domenica in albis, domenica delle vesti bianche, dall’antico uso dei fedeli battezzati nella veglia pasquale. Il papa Giovanni Paolo II le ha dato il nome di domenica della misericordia. Ci sono due tempi che emergono dalle letture di oggi: la fede e l’amore fraterno come testimonianza di questa fede.

La 1ª lettura raappresenta un quadro nella prima comunità cristiana di Gerusalemme che godeva di una grande simpatia, ed era un cuor solo ed un’anima sola. Cerchiamo di capire queste due affermazioni. Prima di tutto, proclamavano la fede nel Cristo risorto senza timore e senza lasciarsi intimidire dalle minacce. Questa forza e determinazione nel testimoniare la loro fede in Gesù risuscitato sarà la caratteristica dei martiri. Il secondo elemento che li faceva riscuotere simpatia era il fatto di comportarsi come se avessero un cuor solo ed un’anima sola, a tal punto che mettevano a disposizione di tutti quello che avevano, diviso secondo le necessità di ciascuno (v. 34-35) di modo che in mezzo a loro non c’erano bisognosi. La fede in Gesù risuscitato aveva delle conseguenze pratiche nella vita di ciascuno e del gruppo. La condivisione dei beni ha avuto forme diverse: in questa testimonianza degli Atti degli Apostoli, vendevano tutto e lo mettevano in comune; più tardi si porteranno i frutti della terra per i poveri; poi è venuta la colletta in denaro nella messa ed altre forme di solidarietà, come le collette, raccolta di alimenti etc. L’importante è saper rispondere alle necessità che vanno sorgendo e dare corpo alla nostra fede perché, come lo ricorda l’apostolo Giacomo: “La fede senza le opere è morta” (Gc 2,26).

Sulla fede ritorna anche il vangelo di oggi che contiene due parti. Nel primo quadro incontriamo Gesù che appare per la prima volta ai discepoli dopo la risurrezione. È il primo giorno dopo il sabato che, poco dopo prende un nome proprio: il Giorno del Signore, in latino Dominus da qui il termine domenica = giorno del Signore. È la sera del giorno della risurrezione di Gesù e la sua comunità è riunita. È una comunità ferita, lacerata. Il loro Maestro è stato ucciso, e loro portano il peso del peccato dell’abbandono e del tradimento. Eppure, il Gesù risorto viene e sta in mezzo a loro. È Lui che viene a cercarli! Dopo il saluto: “Shalom = la pace sia con voi” (v. 19), mostra loro i segni che lo caratterizzano, le piaghe delle mani e del costato: non ci si può ingannare, è lui il crocifisso! In questa prima parte abbiamo quattro elementi importanti che sono il frutto della risurrezione di Gesù:

– la pace: con la sua morte, siamo stati riconciliati con Dio; possiamo stare in pace perché Dio ci guarda con amore e per questo ha mandato Gesù suo Figlio per farsi uomo in mezzo agli uomini.

– La missione: questa pace dev’essere annunciata perché tutti conoscano l’amore di Dio che Gesù è venuto a rivelarci con la sua parola e il dono della sua vita.

Lo Spirito Santo: per compiere questa missione abbiamo bisogno di una forza speciale. Lo Spirito Santo è comunicato con un soffio (v. 22), proprio come all’inizio della Bibbia, quando Dio soffiò sull’uomo che aveva plasmato con la terra (Gn 2,7). La venuta dello Spirito Santo, dono del Risuscitato, è una nuova creazione, come ricorda la 2ª lettura: Chiunque crede che Gesù è il Cristo è stato rigenerato da Dio” (v. 1) e “Chiunque è stato rigenerato da Dio vince il mondo” con la fede (v. 4).

– Il perdono: la pace e il dono dello Spirito hanno come conseguenza il 4º dono del Risorto: il perdono, la riconciliazione con Dio. I discepoli avevano abbandonato Gesù e questo peccato li tormentava. Gesù ricorda loro il perdono del Padre misericordioso. Anche noi, come Chiesa, siamo un popolo di riconciliati! Abbiamo sempre un posto speciale nel cuore di Dio. Anche se noi ci allontaniamo da lui con il peccato, lui continua a cercarci. E la Chiesa riceve la missione di essere dispensatrice di questo perdono di Dio. Il perdono è il dono pasquale che ci fa risorgere dentro. Per questo è importante capire che, al centro della confessione, non ci siamo noi con i nostri peccati, ma Dio con la sua misericordia.

Il secondo quadro ci riporta a otto giorni dopo. Nel frattempo era successo qualcosa che l’evangelista non può lasciare di ricordare. Tommaso era assente quando è apparso Gesù. Hai perso una grande occasione, gli fanno notare gli altri; non hai visto Gesù, egli è vivo. Un crocifisso non può ritornare a vivere! E poi, se Gesù è apparso, perché voi siete ancora a “porte chiuse?”. All’improvviso riappare Gesù che, salutato tutti, sfida Tommaso a mettere il dito nelle sue ferite e la mano nel costato aperto. Tommaso rimane allibito. Gesù ripete le sue stesse parole di sfida. Non gli rimane che confessare: “Mio Signore e mio Dio”. E Gesù: “Hai creduto perché hai visto, beati coloro che credono senza aver visto!”. Perché l’evangelista Giovanni riporta questo fatto? Quando Giovanni scrive il suo vangelo, verso gli anni 95 d.C. vuole rispondere agli interrogativi e ai dubbi dei cristiani del suo tempo che non hanno conosciuto né Gesù né gli apostoli, testimoni oculari, e si domandano: Come possiamo fare l’esperienza del Risorto? Tommaso è il simbolo di queste difficoltà. Il Risorto possiede una vita che sfugge ai nostri sensi, che non può essere toccata con le mani ne vista con gli occhi, ma solamente mediante la fede. Un luogo del tutto speciale per fare l’esperienza del Risorto è la Comunità, la fede e la vita della Chiesa. Per questo, lontano dalla Comunità, come ha fatto Tommaso, diventa ancora più difficile credere ed essere perseveranti. La Comunità è il luogo dove la nostra fede nasce, cresce e arriva a maturità. Lontano dalla Comunità, la nostra fede si affievolisce e corre pericolo. Nel vangelo di oggi abbiamo letto che “Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse”: “Pace a voi” (v.36). Si, non ci illudiamo, è nella Comunità che noi possiamo vedere e toccare il Signore risorto. D’altra parte, avvisa l’evangelista, la Comunità deve dare la sua testimonianza in modo convincente. Se la Chiesa vive con le “porte chiuse” (v. 19,26), non convince nessuno. Ma questo vale anche a livello personale: se la nostra vita di fede non convince, non può attrarre nessuno a Gesù. E la fede, diceva papa Benedetto XVI, si trasmette per attrazione.