Gn 22,1-2°.9°.10-13.14-18; Rm 8,31b-34; Mc 9,2-10.

Ogni anno, nella seconda domenica di Quaresima, è proclamato il vangelo della trasfigurazione. Come in uno spazzo di luce, Gesù si presenta nello splendore della sua identità di Figlio di Dio. Non si tratta di una visione, ma di una epifania, di una manifestazione di Dio. Cerchiamo di capirne il perché e il significato.

Durante il suo viaggio verso Gerusalemme, Gesù annuncia, per tre volte, che sarebbe stato preso, condannato e ucciso, ma che sarebbe risuscitato. Il vangelo precisa che il fatto avvenne “sei giorni dopo”, cioè sei giorni dopo questo primo annuncio. Pietro prendendo in disparte Gesù, lo aveva rimproverato: come ti viene in mente una cosa simile; stiamo per arrivare a Gerusalemme dove sarai proclamato re, e tu parli di morte? Conosciamo la dura reazione di Gesù: “Allontanati da me, satana, perché tu non pensi secondo Dio” (Mc 8,32). Satana è il tentatore, colui che allontana dalla buona strada, dal cammino di Dio. L’idea dominante era che il Messia avrebbe liberato il popolo dalla dominazione dei romani; un personaggio potente, glorioso, non debole, sconfitto. Gesù chiede di rivedere le idee su di Lui. Gesù è stato inviato dal Padre perché doni la sua vita: è Dio che offre suo Figlio all’umanità. Proprio come Abramo, come abbiamo ascoltato dalla 1ª lettura di questa domenica.

Conosciamo la storia di Abramo. Con la nascita di Isacco, Abramo vede realizzata una parte della promessa fattagli di Dio: avrai una lunga discendenza; il primo segno è la nascita di Isacco. Abramo è l’amico confidente e farebbe tutto per il suo Dio, anche sacrificargli il suo unico figlio. Ma sarà proprio vero che Dio gradisca il sacrificio di un essere umano? Quest’idea era diffusa in tempi antichi. Si hanno esempi tra i Moabiti, gli Ammoniti, i greci (Agamennone sacrifica la propria figlia Ifigenia) e anche tra gli Ebrei come il re Acaz (2Re 16,3) e Manasse (2Re 21,6). Questo avveniva anche in America Latina presso gli Aztechi e i Maya. Illuminato dai profeti il popolo ebreo condannerà i sacrifici umani. Ed è proprio questo che vuole dirci la lettura di oggi: “Abramo, non stendere la mano contro il ragazzo, non gli fare del male” (v. 12), non commettere questo crimine abbominevole, perché Dio ama la vita (Sp 11,26) e non vuole la morte di nessuno (Ez 18,32), neppure del peccatore.

Ma questo episodio ha anche un altro messaggio: la fedeltà di Abramo. Anche se in modo sbagliato, lui agisce in buona fede; è tanto l’amore che è disposto a far tutto per il suo Dio, al quale aveva ubbidito ciecamente lasciando la sua terra; ma è stato corretto da Dio. In lui è stata vista la generosità di Dio Padre che non ha esitato a offrire suo Figlio, proprio come dichiara lo stesso Gesù a Nicodemo (Gv 3,16), e San Paolo lo ricorderà più tardi: Dio “non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi” (v. 32), come abbiamo ascoltato dalla 2ª lettura di oggi. In Isacco, caricato della legna per il sacrificio, è prefigurato Gesù carico della croce che sale il calvario.

Accanto a Gesù trasfigurato appaiono Mosè ed Elia, i più autorevoli personaggi della Bibbia e della storia e spiritualità del popolo ebreo. Di Mosè si è servito Dio per liberare il suo popolo dalla schiavitù dall’Egitto e dargli la Legge, i Comandamenti. Elia è il primo dei Profeti che lo si pensava rapito al cielo e che sarebbe ritornato prima della venuta del Messia. Ai discepoli, terrorizzati per la morte di Gesù, loro si presentano a nome di tutti i profeti e in nome della stessa Bibbia, per testimoniare che Gesù è l’atteso Messia. I discepoli contemplarono il volto di Gesù luminoso, trasfigurato da un’azione che poteva venire solo da Dio. La scena era così bella che Pietro non è disposto a interromperla; vale la pena dimenticare tutto e godersela: “Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia” (v. 5). Ma Pietro “non sapeva che cosa dire”, dice il vangelo (v. 6). Infatti, Pietro non ha ancora capito che, per quanto scandaloso possa sembrare, non c’è salvezza senza la morte di Cristo; che bisogna scendere dal monte e proseguire il cammino verso Gerusalemme ed affrontarla. In senso figurato, non possiamo godere da soli la bellezza della fede, Gesù ci riporta a valle tra i nostri fratelli e la vita quotidiana.

La trasfigurazione fu un momento privilegiato per rianimare gli apostoli scoraggiati dall’annuncio della morte del loro Maestro; un momento di grazia per ritrovare le motivazioni e riprendere le forze, scendere dalla montagna e proseguire il viaggio verso Gerusalemme, perché la morte non sarebbe stata l’ultima parola. Vuole anche dare una risposta ai cristiani del suo tempo. Negli anni 70, quando Marco scrive il suo vangelo, la croce costituiva un serio impedimento per l’accettazione di Gesù da parte dei giudei e dei pagani. Il Messia liberatore crocifisso “è uno scandalo“, dicevano (1Cor 1,23). Il vangelo di Marco contribuisce a questa comprensione.

E per noi? Sappiamo che è una nostra tendenza naturale rifuggire dalle difficoltà e scegliere cammini più facili e comodi. Ma le cose più belle, le mete più desiderate hanno sempre un costo. Per aspera ad astra: è attraverso le asperità che si giunge alle stelle, alla meta. Gesù arriverà alla risurrezione passando per la morte. E noi, suoi discepoli, non saremo risparmiati dalle difficoltà. Lo capiremo solamente se guardiamo Gesù. Gesù mostra loro la passione senza perdere di vista la gloria, la desolazione senza perdere di vista la consolazione.

Dalla nube una voce proclama: “Gesù è il mio Figlio amato: ascoltatelo” (v. 7). È la voce di Dio stesso a confermare quanto testimoniato da Mosè ed Elia. È la stessa voce che nel giorno del battesimo aveva testimoniato a favore di Gesù: “Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto” (Mc 1,9). Qui la voce aggiunge: “Ascoltatelo” (v. 7). L’ascolto caratterizza la nostra fede di discepoli. E dall’ascolto che nasce la fede (Rm 10,17). Il pericolo più grave per noi è quello di non ascoltare. Per questo ogni mattina la Liturgia delle Ore ci fa pregare: «Ascoltate oggi la sua voce, non indurite il vostro cuore» (Sl 94,8). Approfittiamo di questo tempo di grazia per dedicarci un poco di più alla lettura e meditazione della Parola di Dio.  Prendiamo tra le mani la Bibbia; riprendiamo durante la settimana le letture proclamate nella Messa. Soprattutto in questo periodo di incertezze e timori, potremmo incontrare una luce, come ce lo garantisce il Salmo 118: “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (v. 105).

Buon proseguimento per una santa Quaresima!