At 3,13-15.17-19; 1Gv 2,1-5ª; Lc 24, 35-48.

Stiamo celebrando la 3ª domenica di Pasqua che, ancora una volta, ci parla di crocifissione e risurrezione, di morte e di vita. Ed a questo assistiamo durante tutta la nostra esistenza: si nasce e si muore. Come dice la Bibbia: “Anche l’uomo come un fiore spunta e avvizzisce” (Gb 14,2) e “i suoi giorni sono come l’erba “(Sl 103,15). E allora? L’esistenza è una beffa, destinata al nulla? Siamo definitivamente incatenati in un mondo destinato alla morte senza possibilità di scappare? A questo enigma l’umanità ha sempre cercato di dare una risposta. Gesù ci ha fatto notare che il chicco di grano muore per rinascere (Gv 12,24) e, prima di lui, il libro di Giobbe ricordava che l’albero viene tagliato perché i suoi germi possano ricrescere (14,7).

Ma, con la risurrezione di Gesù si è accesa una luce nuova all’orizzonte dell’umanità: le tenebre e le ombre della morte sono state dissolte; il nostro mondo non è una tomba, ma un grembo nel quale nasciamo e cresciamo per una vita senza limiti. Questo è il significato della morte e risurrezione di Gesù, questa è la fede cristiana, questo celebriamo nella Pasqua e attualizziamo in ogni Eucaristia. La vita, uscita dalle mani di Dio, ha un valore che supera le contingenze della storia, per questo Dio, amante della vita (Sp 11,26), ha mandato suo Figlio per riscattarla. Di questo amore, che supera ogni immaginazione, siamo chiamati ad essere testimoni. È il messaggio delle letture di questa domenica.

La 1ª lettura ci riporta al Tempio di Gerusalemme: Tra i tanti che chiedono l’elemosina c’è uno storpio al quale Pietro dice: “Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati e cammina!” (At 3,6) e lo storpio si alzò e cominciò a camminare. Il fatto fece scalpore e riempì la città; tutti meravigliati e stupiti si chiedevano: “Chi sono questi uomini dotati di tanto potere?” Qui interviene Pietro con un lungo discorso: non siamo noi che lo abbiamo guarito, ma Gesù di Nazareth che voi avere fatto crocifiggere, ma che il Dio dei nostri Padri ha risuscitato, e noi siamo testimoni, ed esorta: credete in lui, convertitevi, cambiate vita per ottenere il perdono (v. 15.19).

È un messaggio di speranza: la morte e risurrezione di Gesù ci dicono che l’amore di Dio riesce sempre a prevalere; gli errori e i peccati non avranno mai l’ultima parola, perché l’amore di Dio, che si manifesta di forma concreta nel perdono, è più grande. La cura dello storpio è un simbolo: anche la persona più sciancata, storpiata spiritualmente sarà curata dallo Spirito del Risuscitato che ci ha riconciliati con Dio. Questa guarigione attesta che Gesù continua ad operare, continua presente nella storia e nella nostra vita personale. È quello che vuol dirci anche vangelo di oggi, che ci riporta a Gerusalemme la sera della risurrezione di Gesù. Due dei suoi discepoli che, delusi e frustrati per la morte del loro maestro ritornano ad Emmaus, il loro villaggio. La loro avventura con Gesù di Nazareth è finita male. A un forestiero che li avvicina durante il cammino sfogano tutto il loro risentimento. Invitato a rimanere a cena, perché era ormai tardi, riconoscono che è Gesù allo “spezzare del pane”. Stupefatti ritornano correndo al gruppo e riferiscono quanto accaduto. Mentre ancora parlavano, Gesù si presenta dicendo: “La pace sia con voi”! (v. 36). Lo stupore è così forte che loro stentano a credere. Ma è Gesù in persona che parla: “La pace sia con voi”! Si, siamo in pace, riconciliati, riscattati. E la pace non è qualcosa, o una situazione socio politica più o meno favorevole, ma è qualcuno; è una persona, è Gesù. La pace è vedere lui, stare con lui, riposare in lui che ci porta l’amore del Padre fatto perdono. Per dissipare i loro dubbi, Gesù mostra i segni dei chiodi (v. 39-40) e, come questo non basta, perché ancora sopraffatti dallo stupore (v. 41), Gesù chiede se hanno qualcosa da mangiare. Questo li convincerà, poiché i fantasmi non mangiano! (v. 43) e, da buon catechista, apre loro la mente per comprendere le Scritture (v. 39) e, ancora una volta, ricorda la necessità della conversione per il perdono dei peccati (v. 47). Anche qui, come in tutti i vangeli, troviamo gli apostoli e gli altri dubbiosi: “Si, lo stiamo vedendo, ma com’è possibile, se lo abbiamo visto crocifiggere e seppellire!”. Quando insistono sull’incredulità degli apostoli, nonostante le varie apparizioni, gli evangelisti vogliono dirci che:

– la risurrezione di Gesù non è stata immaginata o inventata dai discepoli, ma si è imposta; loro hanno faticato nel credere alla risurrezione;

– si parla di apparizioni, non di visioni: non sono loro che lo vedono, ma è Gesù che si presenta/appare. Il cammino della fede degli Apostoli è faticoso, accompagnato da incertezze e dubbi sulla identità di Gesù. Questo mostra che gli Apostoli non erano dei creduloni. Non lo hanno visto risuscitare, non sarebbe fede, ma lo hanno visto risuscitato, e lo hanno toccato, hanno mangiato con loro, hanno costatato le ferite dei chiodi e della lancia nel suo petto. Le ferite dei chiodi saranno i segni della sua identità. La risurrezione non cancella questi segni; le ferite della passione sono ancora là per testimoniare l’immenso amore che Gesù ha per noi. Ed è con questi segni che Gesù sta davanti al Padre come nostro intercessore/avvocato, come ci ricorda la 2ª lettura (v. 1). E in questa condizione rimane con noi fino alla fine dei secoli.

Gesù dice “guardate le mie mani e i miei piedi” (v. 39); le persone sono riconosciute dal volto, Gesù vuole essere riconosciuto dalle mani e dai piedi, perché le ferite sono la prova più eloquente della sua vita spesa per amore. Gesù “apre la mente dei discepoli per comprendere le Scritture” (Lc 24,27.45). È attraverso le Scritture che Gesù continua a mostrarci le sue mani e i suoi piedi feriti, cioè i segni del suo amore. Non stanchiamoci di leggere la Parola di Dio trasmessaci in parole umane. Questo brano del vangelo ci dice anche che Gesù risorto non si incontra sui libri, ma nel mezzo della comunità reale, fuori della quale la fede corre percolo!

Per finalizzare, Gesù chiede ai discepoli, di tutti i tempi che siano testimoni della sua risurrezione (v. 48). La missione della Chiesa, di noi battezzati è portare al mondo il Vangelo, la lieta Notizia dell’amore di Dio che si manifesta in Gesù morto e risorto. La nostra fede è completa quando si apre generosamente all’annunzio, all’opera di evangelizzazione e di salvezza per i fratelli, a cominciare da dove siamo e nelle condizioni in cui viviamo, qualunque esse siano! La fede ci fa missionari!