Dt 18,15-20; 1Cor 7,32-35; Mc 1,21-28.

L’essere umano ha sempre avuto il desiderio e la necessità di conoscere il senso e la direzione della sua vita. Per questo ha tentato di varcare i limiti dello spazio e del tempo per entrare nel mondo delle divinità, facendo ricorso alla divinazione, affidandosi alla premonizione dei segni per premunirsi contro le forze negative. Stregoni, veggenti, maghi, astrologhi, fattucchieri, negromanti sono attestati fin dai tempi più remoti presso tutti i popoli. Negli ultimi secoli prima di Gesù sono comparsi anche gli oroscopi che, attualmente, sono all’ordine del giorno. Ma il popolo ebreo si è distinto per il rifiuto incondizionato di queste pratiche (Dt 18,10-11), convinto che Dio guida la storia e ricorrere a queste pratiche significa mettere in dubbio l’amore e le premure di Dio. Ma come conoscere la volontà di Dio e i suoi progetti su di noi? Nella 1ª lettura di oggi Mosè afferma che l’unico mezzo valido è il ricorso al profeta di cui descrive le caratteristiche e le funzioni. È un uomo normale, un fratello e, differente dai maghi e indovini, è scelto da Dio: “Il Signore tuo Dio, susciterà in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta” (v. 15.17). A lui Dio farà conoscere i suoi pensieri e i suoi disegni che dovrà comunicare al popolo senza nulla omettere o aggiungere (v. 20). Per il popolo ebreo il grande profeta è stato ed è Mosè, autentico portavoce di Dio. Lui si augurava che tutto il popolo fosse profeta, cioè che fosse capace di percepire la voce di Dio (Nm 11,29). La stessa idea incontriamo negli Atti degli Apostoli quando, a Pentecoste, tutti i discepoli sono divenuti profeti grazie allo Spirito Santo che hanno ricevuto (At 2,17-18). Oggi, ogni cristiano, illuminato dal Vangelo, è in grado di discernere la volontà di Dio; basta mettersi in attitudine di ascolto. Nella pienezza dei tempi, Dio invia la sua Parola, il suo Figlio (Gl 4,4), uomo tra gli uomini, e ci chiede di ascoltarlo (Mt 17,5).

Nel vangelo di oggi Gesù, il nuovo Mosè, assume la sua missione di profeta, cioè portavoce di Dio. Come buon giudeo non manca di partecipare alla preghiera della comunità nella Sinagoga, durante la quale prende la parola. È sabato, il giorno del Signore in cui l’ebreo vive il comandamento di santificare il settimo giorno (Es 20,8-11; Dt 5,12-15). Ai tempi di Gesù, un adulto uomo poteva prendere la parola dopo la proclamazione delle letture; chi lo faceva si serviva di quello che i rabbini, grandi maestri, avevano già detto. Dopo la spiegazione di Gesù il vangelo dice che i presenti rimasero stupiti perché il suo insegnamento era dato con autorità (v. 27). Non parla per sedurre con parole eleganti e chiamare l’attenzione su di sé; egli sa andare al cuore di ciascuno, per questo stupisce. Gesù parla con autorità sia per la novità del linguaggio, sia per l’audacia con cui espone il suo insegnamento che, non sempre si adatta alle tradizioni che si sono imposte durante la storia e che finiscono per soffocare la spontaneità della fede. In effetti, con autorità dirà: “Avete udito che fu detto agli antichi: “Non ucciderai … io però io vi dico … avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio, io però vi dico ...” (Lc 5,17ss).

Io però vi dico?”, e la gente si domandava: e chi è costui per correggere le nostre tradizioni, per mettere dei puntini sulla Parola di Dio? La gente rimaneva stupita, non aveva mai visto e udito una cosa simile. Più tardi, quando Gesù dirà che: Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me (Mt 10,37), e ancora di più quando affermerà: “Io e il Padre siamo una cosa sola … sono disceso dal cielo …per fare la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 10,30; 6,38) l’ammirazione e lo stupore si trasformeranno in scandalo: Chi è mai costui? Da dove gli viene questa coscienza? Oggi noi lo sappiamo: è Figlio di Dio; è per questo che noi siamo qui, e mettiamo la nostra vita nelle sue mani.

Il vangelo continua dicendo che c’era nella sinagoga un uomo posseduto da uno spirito impuro. Al tempo di Gesù, non si avevano le nostre conoscenze scientifiche, per cui attribuivano l’epilessia, la neurosi e le malattie psichiche e anche le altre malattie, a forze misteriose, a spiriti maligni considerati impuri perché apportatori di morte. Ancora oggi, in varie parti del mondo, in Brasile tra le sette protestanti, dietro ad ogni malattia si vede uno spirito maligno, un demonio. In più, essendo la malattia legata al demonio, si credeva anche che l’ammalato fosse un peccatore, quindi, doppiamente infelice! Il popolo giudeo aspettava il Messia e il suo arrivo avrebbe dato salute e pace; quando Gesù cura gli ammalati, soprattutto cura i lebbrosi e espelle i demoni, è segno che il Messia è arrivato, e Dio ha visitato il suo popolo, da qui l’ammirazione e la lode che si elevava a Dio quando Gesù operava un miracolo.

L’evangelista Marco mette questo episodio all’inizio del suo vangelo per dire subito che Gesù è il Messia, il Figlio di Dio. Che quando Gesù prende la parola il demonio si rende conto che è giunto l’uomo forte e si sente minacciato: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci?” (v. 24). Gesù non risponde con esecrazioni e gesti magici, come facevano gli esorcisti di quel tempo, ma mostra la sua autorevolezza con due ordini tassativi: “Chiudi la bocca e esci!” (v. 27). I presenti si rendono conto che è giunto un profeta che ha in sé la forza di Dio, che ha autorità cioè, realizza ciò che dice. Ma, per san Marco, l’indemoniato rappresenta la condizione di chi non ha ancora incontrato Cristo e, per questo, vive in balia di forze demoniache ostili. Quando arriva Gesù si manifesta il conflitto e la sua parola provoca cambiamenti.

L’evangelista sottolinea due elementi caratteristici dell’azione di Gesù: la predicazione e le guarigioni che confermano la sua parola; predica e guarisce, cioè sconfigge il male presente nell’uomo e nel mondo. Nella catechesi dell’evangelista la comunità cristiana è chiamata a continuare quest’azione di Gesù. L’annuncio del vangelo, della buona notizia dell’amore misericordioso di Dio è la sua vocazione e missione. E giustamente perché si tratta di una buona notizia, dove arriva il vangelo la realtà si trasforma. L’annuncio del vangelo non è astratto è accompagnato sempre dall’azione per migliorare le condizioni di vita in tutte le sue dimensioni.

Il nostro annuncio diventa profetico quando è accompagnato da una testimonianza generosa dell‘amore del Padre verso l’umanità attraverso il nostro stile di vita che segue Gesù, medico del corpo e dell’anima. Così la Chiesa, lungo i secoli, si è mostrata esperta in umanità. Guardiamo avanti, con lo sguardo fisso in Lui, nostro medico e fedele compagno di viaggio.