2Rc 36,14-16.19-23; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21.

La 4ª domenica di quaresima è chiamata la domenica della gioia, grazie all’antifona d’entrata della Messa: “Rallegrati, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate …  sfavillate di gioia … Così gioirete…”. I motivi per questa gioia, espressi simbolicamente anche nel colore rosaceo, invece del viola, della casula del celebrante, si incontrano in tutte le letture di oggi. Ma il motivo ultimo ce lo ricorda il vangelo di oggi: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio” (v.16), messaggio che è il cuore della fede cristiana.

Per grazia siamo stati salvati, ci ricorda la 2ª lettura di oggi (v. 5). Questo deve servire a farci assumere un atteggiamento diverso di modo che, chi ci vede non dica: Che faccia da quaresima, mentre abbiamo tutti i motivi per rallegrarci! L’appello fatto a Gerusalemme perché si rallegri della 1ª lettura ci riporta verso il VI° secolo prima di Cristo. Dopo decenni di amaro esilio, succede l’impensabile: Ciro, re persiano decide di far tornare alla propria terra tutti gli esuli e, addirittura, si impegna a far ricostruire il Tempio di Gerusalemme, lui un pagano. Ma, riflettendo sul tempo della schiavitù, gli ebrei non riescono a darsi una ragione di come mai Dio abbia permesso tante sciagure e perfino la distruzione del Tempio, segno della sua presenza.

La causa di tante sciagure è vista nell’infedeltà del popolo e nell’insensatezza dei capi e dei sacerdoti. I profeti, inviati da Dio erano stati ignorati anzi, rigettati e maltrattati e Dio, indignato, ha punito il suo popolo con l’esilio. Questo linguaggio, molto presente nell’Antico Testamento, non può essere il nostro linguaggio. Quello che è presentato e visto come castigo di Dio non è altro che la conseguenza degli errori dell’uomo. Il peccato finisce per castigare chi lo commette e può ripercuotersi anche sulle generazioni successive. Non è stato il Signore a mandare il popolo in esilio e a distruggere il Tempio di Gerusalemme, ma l’insensatezza dei governanti. La lettura si chiude con il racconto di un fatto memorabile: il ritorno in patria permesso da Ciro: Dio non ha dimenticato il suo popolo. Chi si allontana da Dio diventa schiavo dei propri idoli, ma il Signore non lo abbandona mai. L’ultima parola sarà sempre il suo amore, capace di raggiungere le profondità del nostro essere e darci quello che noi non oseremo immaginare e sperare: in Dio trionfa sempre l’amore.

Ed è di questo amore smisurato che parla il vangelo di oggi nell’incontro di Gesù con Nicodemo. Si tratta di un personaggio importante del gruppo dei Farisei e membro del Gran Consiglio (Sinedrio), per questo non si espone e cerca Gesù di notte. Alla sua avanzata età è alla ricerca di una luce, ed ha intuito che il giovane galileo può dargliela. Ma, entra nella notte e si dilegua nella notte; rimane un personaggio indeciso. Il vangelo di oggi riporta la parte finale della conversazione di Gesù con Nicodemo. Dopo aver parlato della necessità del battesimo come una rinascita, Gesù ricorda a Nicodemo l’episodio del serpente narrato nel libro dei Numeri (21,4-9), quando il popolo ebreo, stanco dell’interminabile viaggio nel deserto, mormora contro Dio e Mosè. In coincidenza sorse il quel luogo una grande quantità di serpenti velenosi e molta gente morì. Il popolo vide in questo una punizione di Dio e supplicò Mosè di intercedere perché Dio allontanasse quei serpenti. Mosè fece un serpente di rame e lo appese ad un palo: coloro che guardavano il serpente erano curati. Gesù dice: quel serpente è la mia immagine di quando sarò innalzato sulla croce; tutti coloro che crederanno in me, avranno la vita eterna. Gesù annuncia la sua morte in croce; si presenta come salvatore offerto da Dio all’umanità come segno del suo amore senza limiti: “Ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna”. Per questo, dice Gesù, la croce va guardata, pur essendo uno spettacolo drammatico. Da un lato essa racchiude tutto il male di cui l’uomo è capace, dall’altro manifesta l’estrema generosità alla quale può arrivare l’amore: così Dio ha amato il mondo! Nicodemo rimane sbalordito con la novità del linguaggio e dell’immagine sconcertante di Dio. Cosa vuole dirci questo Vangelo?

Dio non ha mandato suo Figlio per condannare, ma per perdonare quindi siamo salvi: si, siamo già salvi! Per quanto dipende da Dio, già siamo salvi! Basta accogliere Gesù crocifisso e risorto, il segno tangibile di questo indicibile amore di Dio. Ed è questo che ritorna ad affermare con vigore san Paolo nella 2ª lettura: Dio, ricco in misericordia (v. 4; cfr. Es 34,6), nel suo amore ci ha fatti rivivere in Cristo, “ci ha anche risuscitati e ci ha fatto sedere nei cieli” (v 4-6), siamo stati elevati, cioè siamo già con Lui, siamo già salvi, perché siamo diventati creature nuove, “siamo creati in Cristo” (v. 10). È la straordinaria novità della fede cristiana da tenere presente nelle nostre quotidiane difficoltà, intensificando l’incontro personale con Cristo che ci rivela il volto del Padre, “ricco di misericordia”. Questo il tempo opportuno, il tempo favorevole, come abbiamo sentito proclamare all’inizio della Quaresima, per entrare in queste realtà della fede. Riprendendo il vangelo di oggi, vediamo.

– Gesù annunzia la sua morte in croce, dove finivano gli schiavi ribelli; si è reso volontariamente schiavo per amore, servo dei propri fratelli.

– Ci invita ad innalzare lo sguardo verso di Lui crocifisso, cioè tenere gli occhi puntati sull’amore del Padre che lui ci ha manifestato.

– Ci libera dai serpenti che oggi feriscono e avvelenano la nostra esistenza, passioni sregolate, orgoglio, invidia, risentimenti, odio.

– Ci dà la consolante certezza che lui non è stato mandato per giudicarci, ma per salvarci. Non siamo oggetto di condanna, ma di misericordia, che fa concludere a san Paolo: chi ci condannerà? “Dio che ci rende giusti? No! “Gesù Cristo che è morto per noi, anzi che è risuscitato e intercede per noi?” No! (Rm 8,31-24). Abbiamo Dio dalla nostra parte: in Gesù, Dio ci ha dotato tutto! Si, nessuno ci può ormai separare dall’amore di Dio (Rm 8,39): siamo già salvi!  E i nostri peccati? Dio non ci ha amati dopo che siamo diventati buoni, ci ha amati quando ancora eravamo peccatori (Rm 5,6). E noi non dobbiamo aspettare per amarlo quando saremo buoni, perché così non lo ameremo mai; amiamolo come noi siamo e lui, nel suo amore misericordioso, ci farà buoni, ci farà santi cioè, graditi ai suoi occhi di Padre. Amen!