At 4,8-12; 1Gv 3,1-2; Gv 10, 11-18.

Siamo alla 4ª domenica di Pasqua nella quale, ogni anno, è letto un brano del capitolo 10º del vangelo di Giovanni che parla di Gesù Buon Pastore. Anche per questo, oggi è la giornata di preghiera per le vocazioni, seguendo l’esortazione di Gesù: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe”. (Lc 10,2).

Gesù si presenta come il buon Pastore dell’umanità pronto a donare la sua propria vita, e continua ad operare nella storia e nella nostra vita personale, anche dopo la sua risurrezione. Pur nel caos della storia e, purtroppo, nel frastuono delle armi, la sua voce continua instancabilmente a chiamarci. Non seguiamo i mercenari del nostro tempo che ci vendono una felicità senza il sacrificio, senza croce. In nessun altro, fuorché in Gesù, vi è salvezza ci ricorda san Pietro nella 1ª lettura di questa domenica.

Gli apostoli Pietro e Giovanni, dopo una notte di carcere, sono stati fatti comparire davanti al Sinedrio per spiegare perché, nonostante la proibizione, continuano a parlare di Gesù di Nazareth e, ancora di più, accusarli di averlo ucciso. Pietro prende la parola e dichiara che hanno curato lo storpio nel nome di Gesù (v.10) che loro hanno fatto condannare a morte, ma che Dio ha risuscitato ed è l’unico salvatore, e “in nessun altro c’è salvezza” (v.12). La Chiesa ha bisogno di ricordare a se stessa che, secondo l’espressione di san Pietro, non ha né oro né argento da offrire al mondo, ma la salvezza di Cristo morto e risuscitato. Le basta Cristo risuscitato, e è in rapporto a Lui che essa si definisce. Ormai l’annuncio della risurrezione non si può fermare: ha invaso Gerusalemme, attraversato la Palestina, solcati mari e superato monti … è arrivata fino a noi … e per continuare ad illuminare il mondo … ha bisogno di noi. La missione degli Apostoli è passata nelle nostre mani: siamo noi che oggi abbiamo la missione di annunciare ad un mondo, spesso senza speranza, che Cristo è il salvatore.

Il vangelo di oggi ci mostra come Cristo ha offerto la salvezza e come continua a preoccuparsi di noi. È Lui stesso a dircelo usando l’immagine del pastore; un’immagine molto usata nell’antichità e nella Bibbia. Già il filosofo greco Platone diceva che il politico dovrebbe comportarsi verso il suo popolo come un pastore. Nella Bibbia i re sono chiamati pastori; spesso pastori malvagi che si servono del popolo invece di servirlo, come troviamo nella veemente denuncia del capitolo 34 del profeta Ezechiele che esprime la delusione e lo sdegno di Dio: “Guai ai pastori d’Israele, che pascolano se stessi! Ecco io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura”. Per questo, anche Dio è chiamato pastore. Conosciamo il bellissimo salmo 32: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla”.

I profeti avevano parlato del Messia come di un pastore (Is 40,11; Ez 34,23; 37,24; Zc 13,17) e del popolo come del gregge del Signore (Ez 34,5; Mic 7,14; Zc 10,3). Quando Gesù dice di essere il buon pastore sta affermando che le profezie riguardo al Messia si sono avverate in Lui: e Lui è il buon pastore; non solo degli ebrei, ma di tutta l’umanità, per farne un solo ovile, una sola famiglia, la famiglia dei figli di Dio. Gesù si presenta come il pastore ideale, modello dei pastori, cioè delle guide spirituali e politiche del popolo, in contrapposizione al cattivo pastore, il mercenario. Tanto il buono come il cattivo pastore pascolano il gregge, ma quello che li distingue è il come, lo zelo con cui lo fanno. Gesù indica tre criteri per riconoscere un buon pastore

Dà la propria vita per difendere le pecore da ogni pericolo. E dal dono della sua vita si intuisce l’amore che Lui nutre per noi (v. 17).

– Conosce le pecore, ha una comunione di vita. I pastori vivevano per lungo tempo fuori di casa, vivendo con e come le pecore all’aperto, nelle grotte. Conoscevano le pecore, le davano dei nomi come segno di affezione, di modo che anche le pecore li riconoscevano dalla voce; bastava un fischio per mettersi sull’attenti e seguirli. Gesù, buon pastore ci conosce uno ad uno; non siamo degli anonimi per Lui. Siamo persone uniche, ognuno con la propria storia. Ciascuno di noi può dire: Gesù mi conosce! A questo punto sorge la domanda: Quale è la conoscenza che noi abbiamo di Cristo, della sua persona, del suo messaggio, della sua missione?  Lo conosciamo come lui ci conosce, o ci limitiamo ad un conoscimento superficiale e, quindi, anche di un amore superficiale; perché si ama solo quello che si conosce!

Si preoccupa dell’unità e del raduno del gregge; va alla ricerca delle pecore, soprattutto delle affaticate, delle piccole, delle ammalate (pensiamo all’immagine della pecora smarrita del vangelo di Luca, 15,4-10), e non si sente tranquillo fin quando tutte non sono al sicuro. In Gesù si compie la promessa di Dio che troviamo nel profeta Ezechiele: “Vi darò pastori secondo il mio cuore” (Gr 3,15).

Ma Gesù afferma anche: “Ho delle pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore” (v. 16). Gesù allarga l’orizzonte della sua azione che non si restringe al popolo ebreo, ma superando le barriere fa di tutti i popoli un solo gregge, una sola famiglia. In questa prospettiva, dice san Gregorio Magno, c’eravamo anche noi che veniamo dal paganesimo! E San Paolo dirà: “Cristo ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione” (Ef 2,14) per fare di tutti dei “figli di Dio”. Solo Gesù ci rivela e ci comunica questa straordinaria dignità. E, come insiste san Giovanni nella 2ª lettura, “Noi fin d’ora siamo realmente siamo figli di Dio” (v. 1). Questa realtà inaudita, inaugurata con il battesimo, richiede una consapevolezza che dev’essere sempre mantenuta viva. E se siamo figli di Dio, siamo anche fratelli. La Pasqua di Gesù è una esplosione d’amore che ci fa fratelli tutti.

Cristo non è stato buon pastore soltanto durante la sua vita terrena; risuscitato, continua ad esserlo, stando davanti al Padre con i segni della sua passione, come nostro avvocato e intercessore. E non siamo mai soli perché si è fatto nostro alimento nell’Eucaristia per accompagnarci nell’avventura della vita! Realmente, “Il Signore è mio pastore, non manco di nulla!” (Sl 23,1).