Gb 7,1-4.6-7; 1Cor 9,16-19.22-23; Mc 1,29-39.

Non mancano ragioni per lamentarci delle difficoltà della nostra vita. E anche lamentarci con Dio, perché ci sembra che non faccia valere la sua onnipotenza. La Bibbia è piena di questi lamenti che, spesso, sono grida di dolore e d’invocazione. La 1ª lettura di oggi è un bell’esempio. Giobbe è un credente alle prese con la sofferenza senza vederne una ragione. Giobbe crede in Dio, in un Dio giusto e onnipotente e non sa spiegarsi i motivi della sua sofferenza. In queste situazioni non resta che invocare la morte. Già duemila anni prima di Giobbe, in Egitto veniva composto il famoso Dialogo di un disperato con la sua anima. L’autore, dopo una tragedia personale, pensando al suicidio, si esprime in questi termini: “Oggi la morte mi sta dinanzi come la guarigione per un ammalato, come la libertà per un prigioniero, come un profumo di mirra … come il piacere di una fresca brezza”. Sono gli inizi della letteratura egiziana e già affiora il problema del dolore che, da sempre, accompagna l’umanità: è la dimensione di “valle di lacrime” dell’esistenza umana.

La domanda è: l’uomo è stato creato amante della vita e della gioia, ma spesso si dimena nel dolore, perché? La preghiera di Giobbe è fatta di grida e di lacrime: chi piange e grida il proprio dolore, anche se non se ne rende conto, sta invocando Dio, sta chiedendo luce e forza! Possiamo essere d’accordo con la costatazione finale di Giobbe rivolta al Signore: “Ricordati che un soffio è la mia vita” (v. 7). La voce di Giobbe si fa interprete della nostra condizione umana: così alta nella dignità, ma così fragile. La consapevolezza della precarietà della nostra vita dovrebbe essere un motivo sufficiente per investirla bene. E la Parola di Dio è certamente una luce che ci orienta, come afferma la bella espressione del Salmo 89,12: “Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore”.

E di precarietà dell’esistenza umana parla il vangelo di questa domenica, che ci presenta Gesù nel suo quotidiano, in tutta la sua umanità, nella ricchezza e profonda delicatezza dei sentimenti, quali l’amicizia, la tenerezza, la compassione. Folle di ammalati sono portati da Gesù per essere curati e lui ha un gesto di attenzione per ciascuno. La questione del male e della sofferenza ha sempre scosso l’essere umano. Vediamo cosa vuol dirci l’evangelista Marco con queste tre scene del vangelo di oggi.

  1. In casa incontrano la suocera di Pietro ammalata (v. 29-31); i discepoli ne parlano a Gesù che le si accosta, la prende per mano, la solleva e la cura. E’ bello questo ritratto del giovane maestro che si accosta all’anziana donna e la solleva dalla condizione che ne impedisce l’attività; bello anche il ritratto di quella modesta di donna di casa che accudisce generosamente i familiari e gli ospiti, una volta guarita. La guarigione della suocera di Pietro è completa quando lei si mette al servizio; questo è l’atteggiamento tipico di ogni cristiano.
  2. 2. La seconda scena si svolge verso il tramonto (v.32-34), quando termina l’obbligo del riposo del sabato, così che i malati possono essere trasportati nelle barelle e deposti davanti alla porta della casa di Pietro; sanno che possono contare con qualcuno che li accoglie. Gesù si confronta con il male, lui non cerca né da spiegazioni teologiche e filosofiche: si mette a fianco di chi soffre, si china, si fa presenza d’amore. Questa folla indistinta di ammalati è il simbolo dell’umanità ammalata che ha bisogno di Gesù.

Gesù non ha eliminato il male, ci ha insegnato a portarlo, e lo ha portato lui per primo. Davanti alla sofferenza, più volte nei vangeli si dice che Gesù ebbe compassione. In alcuni casi ha dato la guarigione, in altri, solidarietà e condivisione. Gesù guarisce i malati perché Lui è “malato d’amore”; Lui è l’uomo dei dolori che conosce il soffrire umano perché ha preso su di sé le nostre infermità, come afferma l’oracolo del profeta Isaia (53,3-4). La catechesi di san Marco è chiara: anche i discepoli devono fare come il Maestro, essere sempre aperti e accogliere coloro che soffrono; Dio chiede di “Non allontanarsi da coloro che versano lacrime” (Sir, 7,34) e, come dice san Paolo, “Piangere con coloro che sono nel pianto” (Rm 121,15).

Sull’esempio di Gesù, a un malato fisico o spirituale dobbiamo soltanto avvicinarci, renderci prossimi, toglierlo dal suo isolamento, prendendo la sua mano nella nostra, in un contatto fisico che gli dica la nostra presenza reale e infine, fare qualcosa perché si rialzi dal suo stato di prostrazione.

  1. Nella terza scena troviamo Gesù in preghiera (v. 35-39). Al mattino aveva pregato nella Sinagoga, insieme alla Comunità, ma all’alba del giorno seguente si ritira nella solitudine per la preghiera personale al Padre. Gesù, che ha esortato i discepoli a pregare sempre, ha dato l’esempio ed ha trovato nella preghiera la luce per affrontare il dolore dell’uomo. Non tutti i problemi possono essere risolti; il mondo senza drammi, senza inquietudini, senza malattie non è il nostro mondo, e la preghiera non è fuga dalle difficoltà della vita, ma aiuta a vedere l’uomo e in suoi problemi con gli occhi di Dio, secondo la bella espressione di san Tommaso D’Aquino.

I discepoli vanno in cerca di Gesù e, trovatolo, gli dicono: “Tutti ti cercano!” (v. 37). E la risposta di Gesù è altra: “Andiamocene altrove” perché devo continuare l’annuncio del Vangelo, “per questo sono stato inviato” (v. 38). Non si lascia sedurre dal successo. E’ vero, tutti lo cercano, ma per il motivo sbagliato: cercano i miracoli, la soluzione immediata dei problemi, cioè il messia politico, potente. I miracoli servono per dar credito alla sua parola. Loro cercano i miracoli di Gesù, non Gesù che fa i miracoli. Si vede la grande distanza che separa il popolo da Gesù, e già si intravede la sua tragica fine. Ma Lui è venuto per manifestare il volto di Dio agli uomini, per questo non può fermarsi, deve continuare il suo pellegrinaggio. Gesù è un uomo proteso in avanti, e a questo invita i discepoli. Andare altrove è un imperativo, perché il cammino dell’evangelizzazione non è circoscritto nello spazio e nel tempo, va sempre oltre. In questo contesto, la preghiera è come luce che illumina il tempo, il nostro tempo: la vita con le sue inevitabili zone d’ombra; feconda e rende chiari anche gli spazi aridi, le solitudini dolorose. Noi, come Chiesa, cioè strumento nelle mani di Gesù, dobbiamo andare sempre avanti, avere orizzonti sempre più ampi. Nonostante l’apparente indifferenza, il mondo ha bisogno di noi, portatori di speranza. E’ per noi un dovere: guai a me se non predico il vangelo! (1Cor 9, 16 19) E, in questa missione, Gesù continua a ripeterci: “Non abbiate paura” (Mt 10,26), io sono con voi.