Ger 31,31-34; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33

Ogni qualvolta celebriamo l’Eucaristia Dio rinnova con noi la sua nuova e eterna Alleanza, come è ricordato nelle parole della consacrazione. È il segno permanente che Dio non si stanca di perdonare, perché non c’è colpa per quanto grave che possa vincere la sua misericordia! Nuova ed eterna Alleanza perché sugellata con il sangue di Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo. Il tema dell’Alleanza ricorre spesso nella Bibbia, come nella lettura di questa domenica, dove il profeta Geremia ne annuncia una nuova (v. 31), non scolpita su tavole di pietra come quella fatta con Mosè, ma scritta nelle profondità del cuore umano. Gesù la proclama realizzata nel suo sacrificio durante l’istituzione dell’Eucaristia nell’ultima cena e sarà pienamente compiuta sulla croce.

Il vangelo di oggi ci riporta alla prossimità della Pasqua dei giudei e, come ogni anno, Gerusalemme brulica di gente. Anche Gesù è salito a Gerusalemme con i suoi discepoli. È arrivata la sua ora di fare della sua vita un dono, realizzando non solo una nuova, ma l’eterna Alleanza.

Alcuni greci, simpatizzanti della religiosa giudaica, chiedono all’apostolo Filippo: “Vogliamo vedere Gesù!” (v .21). Non si tratta di curiosi dal desiderio frivolo di incontrare la star del momento; di conoscere colui che alcuni giorni prima aveva risuscitato Lazzaro. Nel vangelo di Giovanni, che ci narra questo episodio, conoscere significa cogliere l’intimo di una persona, capire chi è realmente Gesù. Non interessavano le sue fattezze umane, ma conoscere la sua identità e sapere se Egli poteva dare un nuovo slancio alla loro vita.

In questa richiesta possiamo scorgere la domanda che tanti uomini e donne, in ogni tempo e in ogni luogo, rivolgono alla Chiesa e a ciascuno di noi: “Vogliamo vedere Gesù!”. Questi greci possono essere assunti a simbolo di tutti gli uomini, di tutti i tempi e di tutte le culture, i quali chiedono, desiderano di conoscere Gesù. E quale Gesù noi li mostreremo? È lo stesso Gesù ad indicarcelo: se volete conoscermi, se volete incontrarmi, guardate il chicco di grano che muore nel terreno cioè, guardate la croce.

Sembra che Gesù non risponda alla domanda dei greci; Lui va oltre: “È venuta l’ora in cui il Figlio dell’uomo sia glorificato” (v. 23). Nel vangelo di Giovanni l’ora e la glorificazione di Gesù è la sua morte in croce. E lo dice con un’immagine realistica e sorprendente, attraverso una breve e splendida parabola: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo … non produce frutto” (v. 24). Gesù annuncia la sua morte, ormai vicina.

Sappiamo che gli uomini quando sono chiamati a scegliere difficilmente scelgono di morire, proprio perché ritengono la morte una estrema solitudine. Ciascuno di noi rigetta l’idea d’essere abbandonato. E la morte a tutti noi pare l’abbandono definitivo. Eppure Gesù insiste: se non muori, rimani solo. Cioè, l’incapacità di morire ti porterà esattamente a ciò che rifuggi: il rimaner solo. Non c’è niente da fare, ci dobbiamo fidare. Ma per fare questo dobbiamo imparare a morire ogni giorno, altrimenti non accetteremo mai la morte che ci apre la porta della vita definitiva.

Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Il chicco di grano, come ogni altro seme, per sprigionare tutta la sua fecondità, deve, necessariamente cadere sul terreno, deve essere ingoiato dal buio della terra e lì, lentamente, macerare, prima che un nuovo stelo si affacci alla luce del sole, e cresca, e produca, nuova vita. La morte di Cristo è feconda di vita, la sequela di Lui, portando la croce, è per noi altrettanto feconda di salvezza, che è vita, rinnovata e trasfigurata nella Sua morte e resurrezione. È quanto avviene, in modo particolare, nel tempo quaresimale, con un rinnovato impegno a conoscere e seguire Cristo, Maestro e Redentore, il Cristo che insegna, e il Cristo che percorre la via della croce, per la salvezza di tutti.

Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna“. Così ha fatto Gesù, che come il chicco di grano, ha affrontato la morte, ha superato il conseguente turbamento accentando la sua ora e per questo è diventato “causa di salvezza eterna”, come lo afferma la 2ª lettura di oggi (v. 9). Percorrendo per primo il cammino dell’umiliazione e della morte Gesù si è fatto nostro compagno di viaggio. Per questo che di Lui ci si può fidare quando ci invita a seguirlo. È la proposta di Gesù, lo sappiamo, non è facile da accettare, né da realizzare, se non in forza dell’amore e in vista della prospettiva finale che è quella di essere accolti dal Padre, essere da Lui guardati e amati come figli; è questa la gloria dell’uomo, una gloria che non ha fine.

A quanti oggi, anche senza dirlo esplicitamente, vorrebbero vedere Gesù, incontrarlo, conoscerlo, noi cristiano dobbiamo rispondere con la testimonianza di una vita che, nello stile di Gesù, si dona al servizio. Si tratta di seminare semi di amore con gesti concreti, semplici e generosi. L’unica vita realizzata in pienezza è quella consumata per amore. Ma questo richiede una morte costante. Eppure solo chi, come Gesù muore per i fratelli, è un uomo riuscito secondo Dio! È un passaggio necessario, perché solo se il chicco di grano muore può dar frutto.

Ai greci che volevano vederlo Gesù spiega che la vera gloria consiste nel cadere in terra e morire per portare molto frutto. Ed è proprio qui che possiamo comprendere che chi ama la propria vita fino a viverla per sé, chiusa nell’orizzonte asfissiante dell’egoismo, finisce per perderla (v. 25). Chi invece vive la propria vita in uno slancio di servizio, fino a donarla, la guadagna.

Vogliamo conoscere Gesù! Anche in noi dovrebbe sorgere sempre più vivo il desiderio di conoscerlo di nuovo come se non l’avessimo mai conosciuto, perché non si è mai finito di conoscere il Signore. Questo desiderio ci spinge ad ascoltare la sua Parola, a cercarlo nel Vangelo, nella Chiesa, nei fratelli, negli avvenimenti. È la costante conversione alla quale siamo chiamati e che la Quaresima, ogni anno, ci ripropone con la stessa urgenza.