At 10,25-26.34-35.44-48; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17.

 

Queste settimane dopo Pasqua costituiscono il tempo della comprensione più profonda dei misteri della nostra fede. Le letture scelte per le celebrazioni domenicali ci permettono di approfondirne i motivi affinché possiamo darne le ragioni a noi stessi e agli altri, proprio come raccomandava san Pietro: “Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni” (1Pt 3,15). La 1ª lettura comincia col dirci che nella chiamata alla fede Dio non esclude nessuno. Il popolo ebreo si considerava il destinatario esclusivo della salvezza; i popoli pagani erano considerati impuri. Quando si convertono al Vangelo dovono essere obbligarli ad osservare la legge di Mosè, fare la circoncisione. Nel discorso di Pietro troviamo una prima risposta: “Dio non fa preferenza di persone” (v. 34). Con la venuta di Cristo nel mondo Dio chiama alla salvezza tutti i popoli. E tutto questo trova la sua giustificazione nell’amore di Dio che abbraccia tutti. A questo amore fa appello Gesù nel vangelo di oggi. Siamo durante l’ultima cena; Gesù celebra con i suoi la Pasqua, anticipando nell’Eucaristia il dono della vita che farà sulla croce. Il vangelo di oggi è la continuazione di quello di domenica scorsa nel quale Gesù si presentava come la vite e spiegava ciò che avviene a coloro che rimangono uniti a lui, come i tralci alla vita. Non si tratta di semplice simpatia per Gesù, ma di attaccamento duraturo alla sua persona, sottolineato dall’uso costante del verbo rimanere (7 volte), ripreso anche nel vangelo di oggi altre tre volte. Questo rimanere si spiega per l’amore: “Come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore” (v. 9). E perché tutto questo non rimanga semplicemente un sentimento, specifica che questo amore sarà dimostrato di forma concreta nell’osservanza del suo comandamento: “Amatevi gli uni gli altri COME io ho amato voi” (v. 12). In questo comandamento si esprime l’uomo Gesù tutto intero, ma è anche una delle più alte sintesi di spiritualità cui l’umanità e giunta. Tutta la verità di Dio e dell’uomo è espressa in questa frase. Gesù aveva parlato di un nuovo comandamento, adesso parla di mio comandamento, perché Lui lo ha vissuto in modo unico e assoluto: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (v. 13).

È una novità assoluta, una rivoluzione etica: la misura dell’amore non è più: “Ama il prossimo come te stesso” (Lv 19,18), ma “ama il prossimo COME io ho amato te!” (cfr. V.12). È l’amore sommo che lui ha manifestato sulla croce! Il segno del nostro amore verso di lui sarà il nostro amore verso il prossimo: chi ama il fratello ha adempiuto tutta la legge (Gl 4,14; Rm 13,8-9). Questo perché, come spiegherà san Giovanni apostolo: “Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede … chi ama Dio, ami anche suo fratello” (1Gv 4,20-21). Per Gesù, il nostro amore verso il fratello sarà così decisivo che da questo ci riconosceranno che siamo suoi discepoli! (Gv 13,34-35). Così, il rimanere in lui si realizza solamente in colui che è disposto a dare la vita, proprio come Gesù che “ci ha amati e ha dato la vita per noi”, come lo ricorda san Paolo, commosso fino alle lacrime! (Ef 5,2). Questo amore di Gesù deve continuare nella nostra vita di discepoli perché nel battesimo siamo stati inseriti, innestati in lui, divenendo suoi rami, cioè sue membra. Così quando noi amiamo, è lui che ama in noi, è lui che attua in noi; in noi è Gesù che annuncia la buona notizia, ama, cura, consola asciuga le lacrime.

Aver fede in Gesù comporta questo rimanere e vivere nell’amore che riassume tutta la legge e i profeti, cioè condensa tutte le esigenze della nostra fede. Gesù ci propone un ideale impossibile: amare COME Lui ci ha amati, Lui Dio e uomo perfetto! Ci pare un’impresa impossibile, e ci intimorisce, conoscendo la miseria di cui è fatto il nostro amore, qualunque esso sia!  Eppure Gesù ci garantisce: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (v. 11). Gioia piena, perché con Gesù viene anche il Padre a prendere dimora in noi e, se il Padre è in noi, il cielo è in noi; e, allora, vedere, essere con il Padre … ci basta! È la gioia di saperci amati da Dio nonostante le nostre infedeltà. È nel vivere questa gioia che consiste il nostro essere testimoni, perché la gioia è il segno distintivo del cristiano. E solo così la fede cristiana diventa attrattiva.

Così la nostra relazione con Dio cambia radicalmente: Gesù ci considera amici e ci rivela la sua relazione con il Padre, il suo progetto di salvezza, e ci chiama a collaborare alla sua realizzazione. Ci ammette nella sfera della sua intimità. Il che ha delle conseguenze decisive anche tra di noi, come Chiesa, cioè come famiglia dei discepoli: per definizione sono esclusi rapporti di superiorità. Per il battesimo e per l’immersione nel cuore della Santissima Trinità, tutti siamo sullo stesso piano, perché figli di Dio e fratelli in Cristo. La nostra dignità non dipende dai titoli e dai ruoli che abbiamo. Gesù aveva avvertito: “Voi non fatevi chiamare maestri … il più grande tra voi sia vostro servo” (Mt 23,8.11), e non aveva esitato a lavare i piedi ai discepoli perché lo capissero (Gv 13,15).

La 2ª lettura che ci presenta uno dei brani più belli di tutta la Bibbia esprime il concetto di Dio proprio dei cristiani: “Di è amore” (v. 8). Tutta la Bibbia esalta questa meravigliosa qualità di Dio. Nessuna religione è riuscita ad esprimere questa natura di Dio: l’amore è la vita di Dio. La costatazione sbalorditiva è che Dio ha fatto il primo passo: “Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ci ha amati per primo” (1Gv 4, 10). La conclusione drammatica è che “chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore (v. 8). Chi conosce Dio non può non amarlo! Il discepolo di Gesù non si distingue perché fa prodigi, perché ha una sapienza raffinata: si distingue solo perché ama, e ama COME il suo Signore. Siamo stati creati per amare; amare tutti, anche i nemici, perché Dio ama tutti e Gesù è morto per tutti!

Questo ha un significato pratico nella nostra vita: interrogarsi ogni mattina come non essere di peso a chi vive con noi; sopportare i suoi silenzi, i suoi musi; accettare i suoi limiti e non scandalizzarsi delle sue debolezze. Significa accettare il prossimo come egli è e non come vorrei che fosse ai miei occhi. L’amore comincia da dove siamo … e con chi conviviamo e, solo così può spandersi e arrivare a tutti … anche ai nemici! (Mt 5,44). Amiamo, perché l’amore viene da Dio! (1Gv 4,7).