Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Mc 14,1-15,47

Con la celebrazione della Domenica delle palme, che commemora l’entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme, inizia quella che è chiamata la Grande Settimana che è il cuore dell’anno liturgico. La liturgia della Parola ci ripropone gli eventi della passione del Signore per entrare nella comprensione del mistero di Dio che, nelle parole dello stesso Gesù, ha amato tanto il mondo da non risparmiare il proprio Figlio per la nostra salvezza (Gv 3,16).

Nella misura in cui si avvicina a Gerusalemme, la tensione tra Gesù e le autorità aumenta. Per questo Gesù avverte i suoi discepoli che l’arrivo a Gerusalemme sarebbe stata la sua fine, ma sarebbe risorto. Rimangono stupiti e increduli. Infatti, non era proprio da immaginarsi come qualcuno, che ovunque passava faceva del bene, potesse finire sulla croce.

Ogni anno la domenica del Palme suscita in noi un atteggiamento di stupore: passiamo dalla gioia di accogliere Gesù che entra in Gerusalemme al dolore di vederlo condannato e crocifisso. La gente aspettava Gesù per celebrare la vittoria sui romani con la spada, ma Gesù viene con la croce. Gesù sale sulla croce per scendere nelle profondità della nostra esistenza segnata dal peccato. Il suo amore si avvicina alle nostre fragilità, per dirci che nessun male, nessun peccato ha l’ultima parola; perché ci ama, siamo preziosi per Lui. E allora, guardando la croce scopriamo che la grandezza della nostra vita sta nello scoprirci amati!

Per comprendere questo capovolgimento, i primi cristiani hanno riletto alcuni passi dell´A.T. tra cui questo della 1ª lettura di oggi, chiamato Canto del Servo del Signore. Il servo del Signore è inviato ad annunciare un messaggio di consolazione a chi è abbattuto e senza speranza (v.4). Ma è stato percosso, insultato, schiaffeggiato, sputato in faccia, egli non ha reagito. I primi cristiani hanno visto in lui la figura di Cristo, proprio come narrato nella passione del vangelo di oggi. I fatti narrati dai 4 vangeli sono sostanzialmente gli stessi, la prospettiva è diversa perché hanno narrato tenendo presente la situazione della propria comunità.

Il 1º elemento che emerge dalla narrazione di Marco è un Gesù mite e disarmato che non reagisce davanti alle violenze che subisce anzi, rimprovera Pietro che aveva sfoderato la spada per difenderlo.

Il 2º elemento è la solitudine di Gesù: la folla che lo aveva osannato lo abbandona e lo preferisce a Barabba un assassino; i soldati lo schiaffeggiano, i passanti lo deridono, i capo lo insultano, i discepoli lo abbandonano. Solo alle fine si dice che alcune donne lo osservavano da lontano. Sulla croce grida la sua angoscia del fallimento nella lotta contro l’ingiustizia, si sente uno sconfitto: “Mio Dio perché mi hai abbandonato?”. Gesù è presentato come esempio ai cristiani perseguitati del tempo dell’evangelista Marco: mai reagire con violenza, perché la violenza genera violenza; ma perdonare e pregare per i persecutori, come ha fatto Gesù.

Il 3º elemento è l’insistenza sulle reazioni molto umane di Gesù: quando stanno per prenderlo, Gesù sente grande spavento e angoscia; ha pianto, ha cercato qualcuno che gli stesse accanto, persino i tre discepoli che aveva scelto per tenergli compagnia si sono addormentati. L’evangelista vuole presentarci un Gesù uomo, non superuomo, non supereroe, ma nostro compagno di sofferenza che ha provato come noi quanto sia duro e difficile compiere la sua missione e tuttavia, ci incoraggia a seguirlo.

Gesù ha toccato fino in fondo la nostra realtà umana per attraversare tutta la nostra esistenza, tutto il nostro male. Perché Gesù ha fatto questo? Lo ripetiamo ogni qualvolta facciamo la nostra professione di fede recitando il Credo: lo ha fatto per noi e per la nostra salvezza. Lo ha fatto per avvicinarsi a noi e non lasciarci soli nel dolore e nella morte. Salendo sulla croce, Gesù scende nelle profondità delle nostre sofferenze.

Il momento più alto di tutto il racconto della passione è la professione di fede del centurione sotto la croce: “Davvero quest’uomo era figlio di Dio”. Si è lasciato stupire dall’amore.  Aveva visto morire Gesù amando, e questo lo stupì. Soffriva, era stremato, ma continuava ad amare. Ecco lo stupore davanti a Dio, il quale sa riempire d’amore anche il soffrire! Perché Dio è amore (1Gv 4,8) e il senso dell’esistenza umana consiste nell’amore.

Fin dall’inizio del vangelo e ad ogni momento, le folle, davanti a quello che Gesù faceva e diceva, si domandano: “Chi è costui?”, senza che nessuno riesca a cogliere la sua vera identità. Solo adesso, alla fine della vita, al momento della terribile morte, è rivelato. Quello che sorprende è che la scoperta e la proclamazione è fatta da uno straniero e pagano che riconosce in Gesù il Figlio di Dio, vedendo il modo come Gesù era morto: dando un forte grido, il grido del giusto innocente, che fa della sua vita un dono.

Quello che suscita stupore è che la settimana santa ci fa trovare davanti a un Dio che rinuncia ai segni della sua potenza. Già lo aveva fatto inviando suo Figlio non nello splendore della sua divinità, ma nell’umiltà della nostra umanità: uomo tra gli uomini. In questa settimana santa lo contempliamo nella sua estrema umiliazione affrontata con la forza dell’amore; di un amore così grande che solo Dio può avere! Dio si è rivelato e regna solo con la forza disarmata e disarmante dell’amore!

In questo contesto, non è sorprendente che solamente nel vangelo di Marco, Gesù si rivolge a Dio chiamandolo Abba, papà, termine che esprime fiducia e tenerezza, proprio nel momento terribile della morte. È per noi un invito a non dubitare mai, anche nelle situazioni più difficili, dell’amore di Dio.

Una Santa Settimana Santa. E lo sarà se ci lasciamo prendere dallo stupore che la croce suscita. Guardando il Crocifisso diciamo anche noi: “Tu sei davvero il Figlio di Dio. Tu sei il mio Dio!”.