Pr 31,10-13.19-20.30-31; 1Ts 5,1-6; Mt 25,14-30

Stiamo per terminare l’anno liturgico 2023; la prossima domenica, solennità di Cristo Re dell’universo, sarà l’ultima; per questo la Parola di Dio nelle letture di oggi ci chiede il resoconto del tempo che il Signore ci ha concesso; resoconto della gestione dei talenti che abbiamo ricevuto. Sappiamo che non siamo padroni della nostra vita perché così come ci è stata data, ci sarà tolta; siamo degli amministratori. La 1° lettura ci presenta un modello da imitare, la donna con alcune caratteristiche: brava perché distribuisce serenità, pace e armonia (v. 10-12), operosa (v.13 e 19) perché tutti della casa siano felici; con un cuore grande che non si chiude nel nido familiare, ma che si apre alle necessità del prossimo (v. 20); religiosa, fedele ai comandamenti di Dio, e che si interessa a ciò che realmente vale nella vita. La lettura comincia col chiedersi: “Una donna forte chi potrà trovarla?” (v. 10). La liturgia, parlandoci di laboriosità, dedizione e impegno nel mettere a frutto i talenti, ha scelto di associare queste virtù alla donna moglie e madre della quale conosciamo la generosità.

Il vangelo di oggi riprende il tema della laboriosità e dell’impegno. L’abbiamo sentito: un signore prima di fare un lungo viaggio affida i suoi averi ai servi più fidati, distribuendoli secondo le capacità, le competenze e le attitudini di ciascuno (v. 15). Si parla di talenti, cioè di monete di grande valore; un talento poteva valere 34 kg di oro: un valore immenso. Chiaro che si tratta di un simbolo. Ognuno è chiamato a mettere a frutto quello che ha ricevuto. Il padrone non dà nessuna disposizione sul come mettere a frutto i talenti, dà piena fiducia e conta sulla competenza e creatività di ciascuno, rispettando la loro libertà. E parte fiducioso.

La parabola si presta a varie letture. In una prima lettura, per talenti possiamo intendere le doti, le capacità e le inclinazioni naturali che ognuno di noi possiede. Siamo chiamati a sviluppare questi talenti per il bene personale e sociale. Una persona che non sviluppa i suoi talenti rimane mediocre e vivrà frustrata. Il malessere e il malcontento di molte persone possono dipendere proprio da questo. La famiglia e la società sono chiamate a favorire lo sviluppo dei talenti, anche perché, oltre a contribuire al bene dei singoli, loro saranno beneficiate.

Una seconda lettura ci porta ad un altro livello e, per questo, è importante vedere i protagonisti di questa parabola. Il signore che distribuisce i talenti e parte è Gesù che dopo la risurrezione va al Padre, ma ritornerà per chiedere conto dei beni che ci ha affidato. I beni distribuiti sono il vangelo, cioè il messaggio di salvezza destinato a trasformare il mondo e creare un’umanità nuova; sono anche i sacramenti per curare, consolare, perdonare e riconciliare. I servi rappresentano i membri della Comunità cristiana. A ciascuno è affidato un incarico da svolgere affinché la salvezza portata da Cristo sia annunciata, celebrata, testimoniata e attualizzata cioè, possa continuare a dare i suoi frutti.

 

L’evangelista Matteo, applicando questa parabola alle sue Comunità, 50 anni dopo la risurrezione di Gesù, chiede, anzitutto, se sono coscienti del tesoro che Gesù ha messo nelle loro mani; se fanno del meglio per farlo fruttificare, se non si sono omesse, se hanno sotterrato le loro capacità – talenti.

La ricompensa data al primo e al secondo servo che si sono dati da fare mettendo a frutto le responsabilità affidateli, è la gioia del Signore, la felicità nell’essere in sintonia con il progetto di Dio (v. 21.23). Il rimprovero dato al terzo servo che ha sotterrato il talent o facendosi vincere dalla paura, e non volendo correre rischi, vuole mettere in risalto che l’unico atteggiamento inaccettabile è il disimpegno, il timore di rischiare.

La liturgia, nel riproporci questa parabola, intende attualizzare la Parola di Dio in noi. Nel nostro battesimo ci è stata consegnata una missione: farci portatori di un messaggio che ha un valore incalcolabile: annunciare Gesù il Salvatore; per questo ci è stato donato lo Spirito Santo e i suoi doni. Questo è il senso dell’esistenza della Chiesa, ed è per questo che ciascuno riceve i talenti secondo le sue capacità. San Paolo, in una delle sue lettere, dedica un capitolo intero per parlare di questi talenti (12), dei carismi che ogni battezzato riceve “per il bene di tutti” (1Cor 12,7). E chiede: “Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti operatori di miracoli? Tutti possiedono doni di far guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano?” (1Cor 12,29-30). La diversità dei doni è dovuta alla ricchezza del vangelo che deve essere espletata in forme diverse. Per questo, nessuno può dire di essere così povero da non aver niente da dare; fare appello alle proprie incapacità significa essere pigro, scusarsi per non impegnarsi. D’altra parte, nessuno può dire di aver tutto e escludere gli altri. Per questo san Paolo parla di una chiesa organismo, proprio come il corpo umano, dove ogni membro ha una sua funzione.

Purtroppo, nei secoli, il clero ha finito per assorbire tutti i ministeri, lasciando i laici fuori dalla responsabilità nella Chiesa. Il vangelo di oggi ci riporta alle primitive responsabilità di ciascuno. Solo così la salvezza può arrivare “fino ai confini della terra” (At 1,8). Ma a volte sotterriamo il tesoro ricevuto, il Vangelo. Non lo facciamo conoscere ai figli: quanti genitori si omettono, nonostante la ripetuta promessa di educarli alla fede fatta il giorno del matrimonio e del battesimo di ciascun figlio. Non lo facciamo conoscere ai colleghi di lavoro che il signore ci ha messo accanto. Non lo facciamo conoscere agli amici per i quali il più grande dono che possiamo fare è far conoscere Gesù.

La punizione per coloro che rendono improduttivi i talenti è l’esclusione dalla “gioia del Signore” (v. 30). Sao Paolo, nella seconda lettura di oggi, ci esorta a svegliarci, a non dormire come gli altri cioè, come coloro che non hanno speranza (v. 6). Il mondo ha bisogno di conoscere il tesoro che ci è stato affidato; la necessità della salvezza non ci permette di sotterrarlo né per pigrizia né per paura. Il Signore conta su di noi! Buona domenica.