Ez 34,11-12.15-17; 1Cor 15,20-26.28; Mt 25,31-46

Comne sempre concludiamo l’anno litururgico celebrando la solennità di Cristo Re dell’universo, Signore della storia. La liturgia della Parola di oggi sottolinea due grandi titoli di Gesù: il Pastore (nella prima lettura e Salmo) e il Re (nella seconda lettura e nel vangelo). Già nell’Antico Testamento, l’immagine di Dio/Jahvè è caratterizzata come “pastore” dal profeta Ezechiele. La 1ª lettura è un inno alla tenerezza di Dio/Javhè/Pastore che, deluso dei re e amministratori del suo popolo, afferma con determinazione: “Io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura”. Alla prima lettura risponde il Salmo 23, che abbiamo recitato: è una bella lirica ed esprime lo stupore, il giubilo e la fiducia dell’uomo religioso che si sente pecorella del suo Dio: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla …”.

Nella 2ª lettura troviamo l’immagine di Gesù Re che, avendo vinto la morte, riunifica il creato e lo consegna redento al Padre. Con questo, san Paolo rivela un movimento segreto della storia e del mondo: essi sono in cammino verso un traguardo luminoso, verso una pienezza, verso Dio che è l’Alfa e l’Omega, come incontriamo nel libro dell’Apocalisse (22,13). Non è la storia che conoscono il sociologo e il filosofo, una storia come movimento a ritroso, di disgregazione, un movimento senza senso, un assurdo, come lo ha definito il filosofo Sartre.

Nel vangelo di oggi troviamo le due immagini, pastore e re, unite in Gesù, che è al centro di una grande e solenne scena del giudizio. Cosa vuol dirci la liturgia con la scelta di queste letture? Potremmo tradurre così il pensiero centrale: la nostra vita ha due tempi. Il primo tempo è quello terreno che stiamo vivendo. In esso incontriamo Cristo come buon pastore; la decisione di gestire la nostra vita è in mano nostra; è quello che san Paolo chiama il tempo propizio, il tempo della salvezza (2Cor 6,2). Ma verrà un secondo tempo in cui varcheremo la soglia ed entreremo in un’altra fase dove incontreremo Gesù come giudice, quando la decisione non è più nelle nostre mani, è il tempo del giudizio.

Si è scritto molto su questa scena grandiosa del vangelo di oggi. Alcuni l’anno chiamata il dies illa, dies irae: quel giorno, il giorno dell’ira. Altri hanno tentato di sfuggire alla serietà di questo giudizio escogitando, per esempio, l’idea di cicli successivi di esistenza, per cui sarebbe possibile ricominciare sempre di nuovo, senza incorrere in nessun giudizio.

La scena descritta dal vangelo fa tremare, ma la liturgia non l’ha rievocata per incutere terrore, ma per svegliarci e farci ricordare che siamo ancora in tempo per cambiare, per migliorare la nostra vita, dargli un senso, convertirci. Oggi incontriamo in Gesù il buon pastore che ci alimenta con il pane della sua parola e dell’eucaristia e, se siamo feriti e ammalati dal peccato, ci cura con l’olio del perdono e della sua consolazione, per cui possiamo ripetere con gioia, ancora una volta: Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla.

L’incontro con Gesù nel giorno del giudizio dipende dalla nostra vita attuale. Ritorniamo alle costatazioni che sono state fatte nel vangelo di oggi da Gesù: avevo fame, sete, ero nudo, forestiero, carcerato e infermo e voi … avete riservato uno spazio nel vostro cuore per accogliermi nei fratelli? Notiamo che la stessa domanda è rivolta a tutti (v. 32), senza distinzione di razza, condizione sociale, religione, perché la legge dell’amore vale per tutti. E il giudizio non verterà su questioni etiche e teologiche … ma solamente sull’avere o meno servito i fratelli. Ogni volta che avete fatto una di queste cose a uno di questi più piccoli l’avete fatto a me … E ogni volta che non lo avete fatto a uno solo di questi piccoli non l’avete fatto a me! (v.40.45). Gesù si identifica con il prossimo, si incarna nel prossimo … così il prossimo, soprattutto bisognoso e sofferente, diventa il luogo speciale per incontrare Gesù. Lo si incontra nei semplici gesti di amore e sull’amore saremo giudicati. Venite benedetti dal Padre mio (v. 34). C’è un dettaglio: sono chiamati benedetti non perché hanno fatto grandi atti di eroismo, conquiste, miracoli, ma perché hanno fatto quel che potevano fare per aiutare quelli che si trovavano nel bisogno (fame, sete, …), cioè cose elementari, ma necessarie per l’esistenza. E Gesù considera ogni opera buona fatta ad una persona bisognosa, come fatta a lui stesso. È infatti l’amore il comandamento nuovo di Gesù (Gv. 13, 34), il segno in base al quale potremo essere riconosciuti come suoi discepoli (Gv. 13,34- 35). Amare, per il cristiano è qualcosa di concreto, di specifico; è mettersi a disposizione dei fratelli, farsi carico delle loro difficoltà, fare della propria vita un dono.

Celebriamo la solennità di Cristo Re dell’universo. Ma i segni della sua regalità non sono di potere e di prestigio: è re perché serve, e non perché si fa servire. Ci dice che la vera potenza non è quella del potere, delle armi, della prevaricazione, ma quella dell’amore. Quello che ha da esibire come segno del suo potere è la corona di spine e la croce, segni del suo amore indicibile. Come segno di questa disposizione, nell’ultima cena, Gesù lava i piedi ai discepoli sconcertati: … tu sei il Cristo e il Signore, non laverai i piedi, dice san Pietro … Ho fatto questo per darvi l’esempio, risponde Gesù (Gv 13,1-13).

San Giovanni della croce diceva: Al tramonto della nostra vita saremo giudicati sull’amore. E’ questo che ci dice il vangelo di oggi. E necessario essere vigilanti per cogliere tutte le opportunità di incontrare Gesù nel prossimo. A questo proposito santo Agostino diceva: Ho paura che il Signore passi: che passi e io non me ne accorga, per non averlo riconosciuto nel fratello bisognoso.

Nel giorno dell’Ascensione Gesù congedò gli Apostoli affermando: “Io sarò con voi fino alla fine dei secoli” (Mt 28,20). Certo Lui è con noi mediante la sua Parola, la sua Grazia, i sacramenti. Tuttavia ha scelto anche un modo tanto insolito quanto discreto da non essere immediatamente riconoscibile: il prossimo nella sua vulnerabilità. Questo è il suo modo di essere riconosciuto come Re, come Signore della nostra vita! E regnerà in noi se avremo gli stessi suoi sentimenti!