Gn 15,1-6; 21,1-3; Eb 11.8.11-12.1-19; Lc 2, 22-40.

Dopo la solennità del Natale, la Chiesa ci fa contemplare e onorare la Famiglia di Nazareth, la “Trinità terrena”, come è stata definita: Gesù, Maria e Giuseppe. Facendosi uomo tra gli uomini, anche Gesù, il Figlio di Dio, ha avuto bisogno di una famiglia perché la sua solidarietà con la condizione umana fosse completa; infatti, la Lettera agli Ebrei ci dice che Gesù è in tutto simile a noi, eccetto nel peccato (4,15). La famiglia, dunque, non è qualco        sa di accessorio, ma fondamentale nel disegno e nel progetto di Dio. La 1ª Lettura ha dell’incredibile: Abramo e Sara sono molto avanzati negli anni e sterili e, giustamente, Abramo si lamenta con tristezza con il Signore: “Io me ne vado senza figli … a me non hai dato discendenza e un mio domestico sarà mio erede!” (v. 2,3).

Ma il Signore, come sempre, va oltre. La narrazione dice che il Signore “condusse Abramo fuori” a guardare il cielo stellato (v. 5), cioè lo condusse fuori dalla sua tristezza, dal ripiegamento su se stesso, invitandolo ad aprire il cuore alla fiducia nel suo Signore. Avrà non un discendente, ma una discendenza numerosa come le stelle del cielo! (v. 5). Abramo si affida, crede al Signore, e succede quello che non è impossibile a Dio: nonostante tutte le circostanze avverse, Sara concepisce e dà alla luce Isacco, che sarà il primo di una discendenza numerosa; infatti, Abramo è il padre nella fede degli ebrei, cristiani e mussulmani. Di queste fede parla, e con molta insistenza, anche la 2ª Lettura che sottolinea come tutta l’esistenza di questo Patriarca è segnata e determinata dalla fede. E’ l’esempio del credente in cammino, cercando sempre e ovunque il compimento della volontà di Dio, perché sa che Dio ha dei progetti su di lui e ci si può fidare. Infatti, con Abramo comincia la lunga discendenza che avrà il compimento nella persona di Gesù di cui parla il Vangelo di questa domenica. Nella prima parte della lettura troviamo una famiglia che vive di fede: si reca al Tempio per la presentazione del figlio primogenito, secondo la prescrizione (Es 13,1-16). Il primogenito, di animali e uomini doveva essere offerto a Dio come segno di gratitudine; era la primizia, proprietà di Dio; gli animali erano sacrificati, ma i bambini, che non potevano, evidentemente, essere sacrificati, erano riscattati con un animale che era sacrificato al posto del figlio.

L’evangelista non lascia di sottolineare che Giuseppe e Maria appartenevano alla classe dei poveri, per questo portano due colombe. L’evangelista sottolinea anche, più di una volta, l’osservanza delle prescrizioni della Legge del Signore da parte della famiglia di Gesù, volendo affermare che Gesù sin dai primi anni della sua vita ha compiuto fedelmente la volontà del Padre espressa nelle sacre Scritture. Il messaggio è rivolto ai genitori cristiani il cui compito non è soltanto quello di dare ai figli un’istruzione, un lavoro e un inserimento nella società, ma anche quello di consacrarli al Signore, inculcando convinzioni e educandoli alla fede. Si sa che i bambini apprendono più con gli occhi che con le orecchie, per cui è importante l’esempio e la testimonianza di fede dei genitori: la migliore catechesi e evangelizzazione dei figli è la vita dei genitori quando sentono la gioia di trasmettere la propria fede come un dono ricevuto e dato. Nella seconda parte della lettura del vangelo entra in scena Simeone, “uomo giusto e timorato di Dio” (v. 25), che insegna come invecchiare: non si rifugia nel passato e nei rimpianti, ma è capace di coltivare speranze; il vangelo dice che “attendeva la consolazione di Israele” (v. 25), è proteso in avanti.

E quando vede il bambino, gioisce con il suo popolo, lo prende in braccio, lo solleva e loda e ringrazia Dio perché gli ha riservato la gioiosa sorpresa di vedere l’atteso Messia. Ora lo consegna a nome del suo popolo a tutti i popoli. È il simbolo della trasmissione della fede all’interno di ogni popolo e di ogni famiglia. Oggi la fede è ridotta alla dimensione individuale e alla sfera privata. E la famiglia ha perso questa capacità ed è per questo che è consumata più rapidamente dalle crisi. È urgente che ritrovi la sua funzione di trasmettere valori, perché non può contare sull’appoggio della società e dello Stato, ormai feriti dalle ideologie. Simeone ha qualcosa da dire anche alla madre: profetizza che il bambino, come luce delle nazioni, sarà segno di contraddizione e noi, che conosciamo la vita di Gesù, sappiamo quanto questo si sia avverato. Ma questa contraddizione continua ancora: Gesù continua ad essere rigettato, perseguitato nei suoi seguaci, i tanti martiri del nostro tempo. Questa contraddizione sarà come una spada che trafiggerà l’anima della Madre.

Si è scritto molto su questa spada. Santo Agostino dice che la lancia del soldato trafisse il corpo di Gesù ormai senza vita, ma trafisse anche l’anima di Maria. Ma qui Maria è anche il simbolo del popolo d’Israele che ha dato alla luce il Messia che provocherà una drammatica lacerazione nel suo interno, perché alcuni apriranno il loro cuore per accoglierlo, altri gli faranno opposizione. Gesù stesso più tardi profetizzerà che per sua causa entrerà la divisione nelle famiglie (Lc 12, 51.53). E quando l’evangelista Luca scrive il suo vangelo, questa lacerazione era in atto nelle sue Comunità in cui molti credenti in Cristo erano emarginati anche dai migliori amici e dalla propria famiglia. Simeone che ha visto realizzate le sue attese non ha bisogno più di niente: “Ora, o Signore, lascia che il tuo servo vada in pace” (v. 29). Non ha altro da chiedere: ha visto la salvezza destinata a tutti i popoli.

È la preghiera che noi sacerdoti e religiosi recitiamo ogni sera, prima di andare a dormire, perché in ogni giorno sperimentiamo la salvezza e, per questo, non ci manca più nulla, possiamo partire in pace! È il canto di una attesa compiuta! È bello pensare che Gesù abbia scelto di manifestarsi “Dio con noi” – l’Emanuele, all’interno di una famiglia umana, con le comuni gioie e pene. Fin dalla sua nascita Gesù fu pienamente uomo condividendo la fede del suo popolo e questo avvenne attraverso la testimonianza di fede dei suoi genitori. Per questa attrazione si trasmette la fede; anzi oggi è l’unico cammino in una società secolarizzata e pagana. E’ l’esempio della famiglia come chiesa domestica che si fortifica nella preghiera, nell’amore vicendevole che approfitta di tutte le occasioni per comunicare il dono della fede. Preghiamo per le nostre famiglie, perché ritrovino la loro vocazione educativa e, pur nelle immancabili difficoltà, la vivano nella gioia.