Gen 3,9-15;2Cor 4,13-4,1; Mc 3,20-35.

La presenza del male e della sofferenza nel mondo ha da sempre suscitato delle domande, quasi sempre senza risposte. Anche la Bibbia, soprattutto dopo l’’esilio di Babilonia (597-538 a. C) ha tentato una riposta collegando il problema del male con il peccato. La 1ª lettura di questa domenica, ricorrendo ad immagini mitiche presenta la parte finale della “storia” di questo peccato. Trattandosi di un linguaggio figurato, con l’intenzione di trasmettere un messaggio, bisogna stare attenti a non prenderlo alla lettera.

Il libro della Genesi, che è una grande introduzione alla Bibbia, si apre con il racconto della creazione che dà rilievo a quella dell’uomo e della dona, concludendo con l’osservazione che “Dio vide che era cosa molto buona” (v. 31). Il creato è messo a disposizione dell’uomo e della donna. Ogni creatura ha un suo significato e sua funzione, e l’uomo è chiamato a collaborare con questa armonia. Ecco perché Dio mette al limite: “Potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti” (Gen 2, 16-17). Il brano della 1ª lettura di oggi parla della trasgressione a quest’ordine. Non contento di essere stato fatto a “immagine somiglianza di Dio” (Gen 1,26), l’uomo cede alla tentazione di essere “come Dio!” (Gn 3,5), oltrepassando i limiti della sua condizione umana. Ma, non gli rimane altro se non nascondersi perché si scopre nudo, cioè si accorge di aver perso tutto.

Questo serpente è dentro di noi come una costante tentazione a gestire la nostra vita senza Dio e, a volte, contro Dio. Ma una volta escluso Dio dall’orizzonte della nostra vita, con la pretesa di essere liberi di decidere per proprio conto ciò che è bene e ciò che è male, si perde l’armonia: l’uomo accusa la donna, la donna accusa il serpente. E nel tentativo di scaricare le responsabilità del male sugli altri, il peccato provoca rotture.

Con il dono della vita Dio ci ha dato anche il dono della libertà che ci permette di gestire la vita. Come dice la Bibbia: abbiamo davanti a noi il cammino del bene e del male; siamo chiamati ad una continua scelta. È la nostra condizione umana! Come direbbe Jean Paul Sarte: “L’uomo è condannato ad essere libero”. D’altra parte, senza la libertà l’uomo sarebbe una marionetta nelle mani di Dio. E bisogna proprio dire Dio si è guardato bene dal farlo! Il serpente, il demonio ritorna alla ribalta, in due momenti, anche nel vangelo di oggi.

Sin dall’inizio del vangelo di Marco, che stiamo leggendo quest’anno, c’è l’interrogativo rivolto a Gesù: “Chi è costui che scaccia demoni, insegna con autorità, cura i lebbrosi, siede a tavola con i peccatori?”. Nel brano di oggi vengono presentate due interpretazione dell’identità di Gesù.

Nella prima gli avversari di Gesù, alcuni scribi, mossi dall’invidia e incapaci di dare una spiegazione all’espulsione dei demoni che Gesù operava, lo accusano di farlo perché sta in combutta con il capo dei demoni (v. 22) e diffondono quest’opinione tra il popolo. La risposta di Gesù è inoppugnabile: “Come satana può scacciare satana?” (v. 22). È la sua fine. Gesù non può essere complice del male e alleato del demonio perché libera le persone da ogni forma di male. Per questo gli scribi incorrono nella bestemmia più grande, quella contro lo Spirito Santo, perché rifiutano ostinatamente l’azione di Dio in Gesù, anche quando è evidente.

Nella seconda entrano in scena i parenti di Gesù. Da alcuni mesi Egli ha lasciato il suo paesino (Nazareth), e percorrendo la regione (Galilea) predica e scaccia i demoni (Mc 1,39). Nel suo paese sono arrivate notizie contrastanti sulla sua attività. Alcuni ne parlano con entusiasmo altri rimangono sconcertati. Si sospetta che il suo messaggio non sia in sintonia con la dottrina ufficiale e il suo comportamento non sia conforme alle tradizioni. Alcuni arrivano a definirlo pazzo e samaritano, cioè eretico (Gv 8,48.52). Inquieta soprattutto il fatto che, addirittura, i farisei e gli erodiani si siano messi d’accorto per toglierlo di mezzo (Mc 3,6). I parenti sono preoccupati e lo vanno a trovare per richiamarlo all’ordine, perché lo ritenevano “fuori di sé” (Mc 3,20-21).

C’era anche un’altra preoccupazione dei parenti. La sua vita itinerante era una pazzia. La disponibilità ad accogliere e ascoltare le persone, soprattutto ammalati e peccatori, era illimitata al punto da non avere nemmeno il tempo di mangiare (v. 20). Decidono di riportarlo a casa.

Ma Gesù non si lascia imprigionare dai vincoli familiari, spesso ristretti.  La sua missione va al di là dei legami del sangue. Lo trovano in una casa in mezzo ad una cerchia di persone. Non entrano, vogliono parlargli, ma pretendono che sia Lui a uscire. L’evangelista Marco, nella sua catechesi, vuol dirci che non basta essere membri della famiglia naturale di Gesù, è necessario entrare nella sua nuova famiglia, la comunità cristiana. Abbandonare i propri sogni, sedersi attorno a Lui come fratelli e sorelle, lasciarsi scrutare dal suo sguardo, ascoltare la sua parola.

Questi parenti rappresentano anche tutti coloro che oggi appartengono solo materialmente alla famiglia di Gesù, perché battezzati. I loro nomi sono scritti nei registri dei battesimi, ma non orientano la loro vita sulla sua parola. Infatti, a coloro che annunciano la presenza di sua madre e dei suoi parenti, Gesù, guardando a coloro che erano seduti attorno per ascoltarlo dice: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre” (v. 34).

Non è più il sangue, l’appartenenza a un nucleo familiare che determinano la relazione con Gesù, è invece la Parola di Dio che genera con gli altri un legame così profondo da poter dire: “ecco mia madre e i miei fratelli”. Coloro che ascoltano la Parola di Dio e la vivono sono gli uni per gli altri madre, fratello e sorella. L’obbedienza alla Parola di Dio è una seconda nascita. Accogliere la Parola di Gesù ci fa fratelli tra noi, ci rende la famiglia di Gesù.

La risposta di Gesù non è una mancanza di rispetto verso sua madre e i suoi famigliari. Anzi per Maria è il più grande riconoscimento, perché proprio Lei è la perfetta discepola che ha obbedito in tutto alla volontà di Dio. È l’elogio che le fa Elisabetta: “E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (Lc 1,45). E beati saremo noi se ci lasciamo guidare dalla Parola del Signore!