Ez 17,22-24; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34.

Il tema del Regno di Dio, cioè della presenza di Dio nel mondo, è centrale nella predicazione di Gesù. Nelle parabole del vangelo di oggi, Gesù paragona il Regno di Dio ad un seme, a qualcosa di piccolo e, a volte, insignificante, ma che contiene una forza propria, un dinamismo interno che gli permette di svilupparsi per sé stesso (v. 28-29). Gesù non ricorre a concetti astratti per descriverlo, ma lo fa narrando delle parabole semplici e immediate che descrivono immagini di vita: dal seme esce lo stelo, poi la spiga, poi il chicco nella spiga fino alla maturazione e … tutto questo accade senza che il contadino faccia niente: dorma o vegli, di giorno e di notte … da solo il chicco arriva alla maturità. Le parabole di Gesù sono la poesia del Vangelo!

Quando il contadino ha seminato deve aspettare; è inutile sollecitare la pianta a fare in fretta, perdere il sonno e la serenità; la mamma deve aspettare i novi mesi per dare alla luce. Il processo di maturazione va rispettato. Chi vuole accelerare rischia di farsi prendere dalla frenesia, a ricorrere a metodi scorretti, non rispettare la libertà, i ritmi e i tempi che ognuno ha, e sostituirsi all’azione dello Spirito Santo. Questa parabola interessa tutti e, di modo speciale, i genitori, gli educatori, i responsabili della Comunità cristiana che si lasciano prendere dall’impazienza, dalla fretta, dall’efficientismo, finendo per essere irritanti, aggressivi, intolleranti. La crescita del seme è lenta e silenziosa, ma sicura: dobbiamo aver pazienza e fiducia nell’azione di Dio.

In genere siamo sollecitati all’impegno, all’attività instancabile, al lavoro febbrile, mentre il vangelo di oggi ci ricorda che ci sono momenti in cui è necessario dormire, cioè saper attendere … contemplare stupiti il seme che germoglia e cresce da solo!  La Parola di Dio in noi, nella Chiesa e nel mondo, agisce così! L’importante per Gesù è seminare la Parola che si svilupperà per una forza propria: facciamo quello che dobbiamo fare e nella migliore maniera, e lasciamo a Dio la sua maturazione.

Con la seconda parabola del granello di senape, Gesù ci dice che il Regno di Dio, dagli inizi così umili (12 apostoli e che … gente!), si trasformerà in un arbusto così grande da accogliere gli uccelli … tutti i popoli della terra. Questo contrasto è sottolineato dal fatto che Gesù sceglie come paragone il seme della senape: il più piccolo di tutti i semi degli ortaggi. È una cosa appena percettibile, un chicco quasi invisibile che poi però fa sviluppare un arbusto. La vita che sta nel seme si sprigiona da sé, perché il seme ha già dentro un codice attivo che porta avanti la crescita. Si tratta solo dell’accoglienza, il terreno accoglie e poi il seme si sprigiona.  Così accade con il seme la Parola e il Regno di Dio seminati in noi e nel mondo che rimane sempre piccolo, cioè privo della gloria di questo mondo, ma che produce effetti che superano ogni attesa.

Di questo parla anche la 1ª lettura, del profeta di Ezechiele (VII secolo a. C.). Ci troviamo a Babilonia, e il popolo, sfinito da tanti anni di esilio, si domanda come mai Dio ha potuto permettere che l’ultimo discendente della stirpe di Davide muoia in esilio. Dio è venuto meno alla sua promessa che aveva giurato a Davide una discendenza gloriosa? No, risponde il profeta: Dio prenderà da questo cedro morente un germoglio che trapianterà su un alto monte e diventerà un albero rigoglioso. Nasce così, nel popolo ebreo, l’attesa del Messia, di un germoglio della famiglia di Davide. Da questo umile germoglio, Gesù di Nazareth, nascerà un grande albero, la Chiesa, capace di accogliere tra i suoi rami, tra le sue braccia, tutti i popoli della terra.

Perché tra tanti episodi della predicazione di Gesù, l’evangelista Marco ha ritenuto proprio questo? I cristiani delle sue Comunità si domandavano come mai il messaggio del vangelo non provocava subito la trasformazione delle persone. Anche noi ci domandiamo come mai certe cose non cambiano; come i genitori non hanno dai figli quei risultati immediati che si aspettano; come nell’azione pastorale i risultati non sono sempre quelli che ci aspettavamo; come nella società i valori del Vangelo incontrano tanta difficoltà ad impiantarsi. Davanti a questa lentezza, una delle tentazioni più comuni è lo scoraggiamento. Il messaggio per tutti noi è che quando abbiamo fatto del nostro meglio, dobbiamo avere la saggezza di saper aspettare, perché la stagione e l’abbondanza del raccolto non dipendono da noi. San Paolo mostra di averlo capito quando afferma: “Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere” (1Cor 3,6). Queste parabole sono in invito a fidarsi di Dio, soprattutto, quando le nostre attese sembrano vane e le speranze deluse.

Abbiamo l’Europa e il mondo occidentale che si allontanano sempre di più dagli ideali e dai valori del Vangelo. Anzi, si ha l’impressione che rinneghino la loro matrice cristiana e questo si può vedere tanto nelle famiglie come nel tessuto e nell’organizzazione della stessa società. Così il Regno di Dio e la sua Parola sembrano sconfitti. Forse, abbiamo dato troppa importanza all’organizzazione, all’apparenza, a una fede fatta di devozioni, o peggio, di devozionismo. Con il Concilio Vaticano II la Chiesa ha ripreso coscienza del tesoro che Gesù ci ha lasciato: la sua Parola, il seme che attende di essere seminato sempre e dovunque perché la fede rifiorisca. Le due parabole del vangelo di oggi e della prima lettura vogliono essere un invito ad accostarsi alla Parola di Dio, con quella fiducia che lo stesso Gesù ci ispira: sia che si dorma o vegli, di notte e di giorno, il seme della parola di Dio germoglia e cresce. A volte, il frastuono del mondo, le tante attività che ci assorbiscono ci impediscono di fermarci e di scorgere che il Signore conduce la storia. Eppure, ci dice il Vangelo, Dio è all’opera, in modo discreto, come il piccolo seme!

Il primo servizio che la Chiesa deve prestare al mondo è l’annuncio di questa Parola, che è annuncio di una persona, la persona di Gesù, la Parola del Padre fatta carne che è venuta ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,14). Da questo annuncio dipende la nostra fede e la fede nel mondo come spiega san Paolo: “Come potranno sentir parlare (di Gesù) senza uno che lo annunzi?” (Rm 10,14). Ciascuno di noi, per il battesimo, è costituito annunziatore di questa Parola, annunciatore di Gesù, Parola del Padre, fatta carne. La fede cristiana è un seme piccolo per un evento grande: l’annuncio e la proclamazione di Gesù il salvatore.